«Prof in Inghilterra alla Business school»

«Prof in Inghilterra
alla Business school»

Formare abili dirigenti e migliorare le performance e il grado di innovazione delle aziende, con lo sguardo rivolto ai rapidi cambiamenti sociali e tecnologici: questa è la «mission» del trentottenne bergamasco Pietro Micheli, professore ordinario in Inghilterra nella prestigiosa Business School di Warwick (150 km a nord di Londra) e consulente per numerose aziende pubbliche e private.

Dopo una laurea specialistica in Ingegneria gestionale al Politecnico di Milano, il giovane professionista originario di Ponte San Pietro vive nel Regno Unito da 13 anni e ancora oggi si stupisce positivamente delle responsabilità che gli sono state affidate fin da subito: «Nonostante la giovane età mi è stata data carta bianca. A seguito di un dottorato di ricerca all’Università di Cranfield, dove ho iniziato a collaborare con diverse aziende, sono diventato lecturer (il gradino sotto la docenza universitaria), fino alla nomina a professore ordinario in una delle scuole di Business più importanti del mondo. In questi anni ho lavorato con più di 50 organizzazioni tra cui il ministero della Sanità inglese, le Nazioni Unite e importanti aziende internazionali».

Sia a livello accademico sia nell’attività di consulenza, su cosa si focalizza il suo lavoro?

«Mi muovo principalmente su due binari. Il primo è capire come un’azienda può essere più efficiente attraverso una conoscenza approfondita di se stessa e di cosa sta facendo; per questo vengono misurate le performance e affinato il flusso dati interno ed esterno. Il secondo riguarda la gestione dell’innovazione, in particolare un metodo - “design thinking” - capace di aprire orizzonti inediti che poi si traducono in nuovi prodotti, servizi e modelli organizzativi. Cerco di proiettare queste conoscenze anche nel volontariato, stando a contatto con giovani tra i 16 e 25 anni che vivono situazioni di forte disagio: li aiuto ad autogestirsi e a trovare un impiego».

Sul piano lavoro-uomo-società qual è, secondo lei, una delle più grandi sfide del presente?

«Porre le basi per integrare al meglio le nuove tecnologie nella società. In tal senso, sto iniziando un nuovo progetto di ricerca. Se le grandi innovazioni digitali, l’intelligenza artificiale e le nuove forme di automazione sono un mezzo, in che modo possiamo metterle al servizio dell’uomo, creando un reale accrescimento? Come espresso nelle mie pubblicazioni, si tratta di capire come redistribuire i benefici e riqualificare le persone cui i robot si sostituiranno, partendo dal presupposto che “domani” ci sarà un bisogno senza limiti di lavoro umano non sostituibile dalle macchine nei settori dell’assistenza medica e paramedica alle persone, dell’istruzione e della ricerca, della diffusione delle conoscenze, dei servizi qualificati alle famiglie e alle comunità locali. L’elenco potrebbe continuare».

Come funziona il Master in Business Administration?

«Proponiamo contenuti volti a migliorare le conoscenze e le pratiche manageriali e aiutiamo gli studenti a diventare dirigenti migliori, anche attraverso l’accesso a una rete di contatti con aziende importanti. Questo corso di studi è rivolto tipicamente a persone che lavorano, con alle spalle un percorso specialistico nel campo della gestione aziendale. Il mio ruolo di co-direttore mi dà molta flessibilità: oltre all’insegnamento, relativi esami e supervisione studenti, e alla gestione dell’Mba, mi occupo di vari progetti di ricerca, raccogliendo dati, scrivendo articoli e lavorando con aziende. Il mio cruccio però è che Warwick – come tutte le Bs anglosassoni – è una facoltà rivolta all’élite: i corsi di laurea sono cari (tra i 10 e 25 mila euro l’anno) e l’Mba ha una tariffa fissa di 60 mila euro, al di là del reddito familiare. D’altronde l’Inghilterra è un Paese classista: una grande fascia di persone è già tagliata fuori in partenza o deve contrarre dei debiti notevoli».

Ci si sente ancor più cittadini «stranieri» ultimamente nel Regno Unito?

«La situazione per noi europei non-britannici potrebbe farsi difficile. La cultura inglese ha in sé un senso di superiorità molto forte e in generale l’Ue è vista come un organismo burocratico da sfruttare e non un ideale al quale contribuire. Questo “sentimento” è certificato dal risultato del referendum sulla Brexit: negli ultimi anni il dibattito politico si è ridotto al minimo; gli stessi tabloid inglesi hanno dato il peggio di loro stessi, creando campagne di opinione anti europee basate su notizie infondate. A livello lavorativo mi sono trovato molto bene in questi anni, ma penso che nel medio termine io e la mia famiglia (moglie e tre figli piccoli) ce ne andremo via: la sterlina si è deprezzata del 13%, i costi per gli “stranieri” aumenteranno sempre di più, e i fondi di ricerca che ora otteniamo attraverso l’Ue saranno sicuramente decurtati».

Tra le sue collaborazioni più rilevanti, c’è anche un’esperienza di due anni a Roma per rendere la pubblica amministrazione più efficiente. Cosa non ha funzionato?

«Sono stato un membro della Commissione indipendente per la valutazione, integrità e trasparenza (chiamata dai media “autorità anti-fannulloni”). Me ne sono andato perché non ho visto una concreta volontà di cambiare le cose. Il modo in cui è gestita la cosa pubblica in Italia è assolutamente avulso da un criterio di distinzione tra enti: alcuni sono virtuosi e capaci di creare vero valore pubblico con poche risorse, molti sono inefficienti e senza controllo. La disparità è fortissima tra coloro che lavorano seriamente e quelli che “vivacchiano” impuniti perché non sono stati creati criteri e strumenti per capire e comunicare attività e risultati in modo rigoroso e trasparente. Nel mio lavoro a Roma mi occupavo di scrivere le linee guida per riformare il sistema, ma in sostanza non sono state seguite. È una situazione inqualificabile e la Commissione alla fine ha chiuso i battenti».

Scarsa formazione dei dipendenti pubblici, un’età media alta che soffoca i cambiamenti, circoli autoreferenziali esclusivi e ingerenza della politica: è il vecchio ritornello?

«Purtroppo la situazione è questa. L’ingerenza della politica è intollerabile. Se cerchi di avere degli enti indipendenti devi lasciargli un po’ di respiro: è inutile sprecare risorse pubbliche mantenendo vivi a tutti i costi meccanismi inefficienti solo perché ti danno un risultato politico. Ad ogni modo, questa riforma l’Italia prima o poi dovrà farla».

Un Paese per certi aspetti così monolitico come il nostro scoraggia un suo possibile ritorno?

«Nonostante tutto, non lo escludo. Brexit potrebbe dare una bella spinta in uscita. Da qualche anno sono a Leamington, una cittadina nel centro dell’Inghilterra molto vivibile e funzionale a livello di servizi. Anche se mia moglie è olandese, come famiglia, a livello culturale e sociale, ci sentiamo italiani: il Bel Paese ha tanti problemi, ma in Italia si vive bene, il tempo è migliore, le persone sono più empatiche e mi fa un gran piacere tornarci almeno 3-4 volte l’anno. Stiamo a vedere i casi della vita».

Essere più vicini ai bergamaschi che vivono all’estero e raccogliere le loro esperienze in giro per il mondo: è per questo che è nato il progetto «Bergamo senza confini» promosso da «L’Eco di Bergamo» in collaborazione con la Fondazione della comunità bergamasca onlus. Per chi lo desidera è possibile ricevere gratuitamente per sei mesi l’edizione digitale del giornale e raccontare la propria storia. Per aderire scrivete a: bergamosenzaconfini@ecodibergamo.it.

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