«Qui in Svezia lavoro e sostegno»

«Qui in Svezia
lavoro e sostegno»

«Vivere qui ci ha fatto cambiare la scala delle priorità. Adesso sappiamo che non è necessario correre sempre come pazzi e che esiste un equilibrio tra il lavoro e la famiglia, perché fare figli qui a Stoccolma è la cosa più naturale del mondo». Quindici mesi di licenza parentale che spesso i genitori scelgono di dividersi equamente: dopo i primi 7 mesi e mezzo la mamma torna a lavorare e il congedo lo prende il papà. Questa è la Svezia.

Alice e Diego, moglie e marito, lasciano la terra bergamasca tre anni e mezzo fa. È Alice Lavezzi, 34 anni, originaria di Brembate Sopra, a fare da traino perché collabora già da tempo come designer free lance con una società svedese; per Diego Boroni, architetto paesaggista, 35 anni di Bonate Sopra, a Bergamo il lavoro c’è ma i pagamenti saltano. «L’ho convinto a partire perché non avevamo niente da perdere, valeva quindi la pena fare un tentativo– racconta Alice –. Certo non è stato tutto facile, ma ora ci siamo sistemati. Un anno fa è nata la nostra bambina e ci godiamo i benefici e i servizi che la Svezia garantisce alle famiglie. Continuo a viaggiare spesso ma l’idea di tornare in Italia per ora è lontana».

Quella luce pura, i colori che si accendono, la natura intorno, l’architettura, il ritmo delle giornate. La forte attrazione per i paesi nordici Alice inizia a sentirla da bambina, in uno dei tanti viaggi in camper con i suoi genitori. Dopo il diploma al liceo artistico, sceglie la laurea triennale al politecnico di Milano in Design del prodotto e poi la specialistica in Product service system design (Design del sistema prodotto servizio) «che per me è stata la svolta. Era il primo anno, quello pilota, partito subito su base internazionale; dei 60 posti totali solo 10 erano riservati agli italiani e io sono stata selezionata. Per frequentare questa specialistica ho dovuto rinunciare all’Erasmus in Portogallo, ma credo di aver fatto la scelta giusta perché è stata un’esperienza notevole a più livelli, con lezioni esclusivamente in inglese, studenti e docenti di diverse parti del mondo. All’inizio mi sentivo immatura rispetto alla maggior parte dei mie compagni stranieri per il loro inglese quasi perfetto, la mentalità flessibile, la capacità di adattarsi e le lunghe esperienze già maturate all’estero».

«Anche il metodo d’insegnamento era completamene diverso – racconta Alice – i docenti soprattutto quelli stranieri, avevano una marcia in più. Nemmeno l’ombra del distacco e della gerarchia accademica a cui ero abituata, ma piuttosto un rapporto orizzontale di collaborazione stretta, per raggiungere obiettivi comuni. Il corso prevedeva un periodo di tirocinio che ovviamente io volevo fare all’estero, in Scandinavia. Mi sono dovuta arrangiare nella ricerca perché l’Università non aveva una rete significativa di contatti, ma alla fine un’azienda di Stoccolma mi ha risposto positivamente e sono partita».

Sono passati dieci anni e Alice lavora ancora per loro, ha iniziato come libera professionista facendo la pendolare tra Italia e Svezia. Poi il suo capo le ha proposto il contratto, ma Alice e Diego avevano appena deciso di avere un bambino. «Ho comunicato al mio capo l’intenzione di avere un figlio e la preoccupazione rispetto al lavoro. E la risposta è stata: quindi, che problema c’è? Ora sono assunta a tempo indeterminato alla “Greenworks” come Project leader e Art director e da Stoccolma mantengo i rapporti lavorativi con alcuni clienti italiani perché ho ancora la partita Iva».

Per Diego è stata invece un po’ più dura: «Per sei mesi non ho trovato nulla; da una parte la figura dell’architetto paesaggista era poco ricercata e dall’altra ai colloqui risultavo troppo qualificato per fare mansioni diverse; non conoscevo poi il sistema tecnico legislativo svedese e c’era anche l’ostacolo della lingua. Il mio primo impiego è stato come giardiniere, facevo manutenzione, era molto dura soprattutto d’inverno. Anche io avevo tenuto la partita Iva italiana e a volte mi affidavano la progettazione dei giardini».

Dopo molta fatica, due mesi fa anche Diego è stato assunto nello studio di un architetto inglese con cui ora si trova molto bene. «Qui il modo di lavorare è completamente diverso, non ci sono discriminazioni, tantomeno di genere – aggiunge Alice – esistono i ruoli, ma il rapporto gerarchico non è concepito perché non piace per nulla. Ovviamente c’è anche il rovescio della medaglia e non è tutto oro quello che luccica. Da un punto di vista sociale la mia percezione da italiana è che gli svedesi siano persone molto sole, perché vivono una cultura che li porta a non sviluppare delle radici profonde. Non sono attaccati a nulla, nemmeno alla casa, traslocano in continuazione, viaggiano tre mesi all’anno e di riflesso, se da un lato sono molto più liberi e aperti al cambiamento, dall’altro sono più individualisti e poco inclini alle relazioni».

Alice e Diego vivono bene in Svezia, ma lo fanno coltivando i valori ricevuti in Italia, quindi apprezzano le opportunità che questo Paese scandinavo dà ai genitori ma allo stesso tempo soffrono l’atteggiamento individualista. E hanno anche dubbi sul sistema scolastico educativo. «Il dubbio attuale quindi – sottolinea la coppia bergamasca – è sul sistema scolastico per nostra figlia perché crediamo che in Italia sia nettamente migliore. Certo qui i bambini vivono all’aria aperta e fanno l’asilo nel bosco. Per capirci, il riconoscimento dei funghi e delle bacche fa parte dell’insegnamento. Senza dubbio il contatto con la natura è bellissimo e fondamentale ma, da un punto di vista didattico, il livello non è particolarmente brillante. In ogni caso abbiamo ancora tempo, nostra figlia è piccola e, per ora almeno, ogni volta che torniamo a Stoccolma ci sentiamo a casa».

Essere più vicini ai bergamaschi che vivono all’estero e raccogliere le loro esperienze in giro per il mondo: è per questo che è nato il progetto «Bergamo senza confini» promosso da «L’Eco di Bergamo» in collaborazione con la Fondazione della comunità bergamasca onlus. Per chi lo desidera è possibile ricevere gratuitamente per sei mesi l’edizione digitale del giornale e raccontare la propria storia. Per aderire scrivete a: bergamosenzaconfini@ecodibergamo.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA