La morte di Leone Signorelli
decisa in Colombia dagli Escobar

Fu probabilmente la famiglia di Pablo Escobar - fonti investigative vogliono che sia stata addirittura la madre del narcotrafficante colombiano - a commissionare l'omicidio di Leone Signorelli, il cinquantanovenne di Castelli Calepio freddato sull'uscio di casa la sera del 25 aprile 2007.

Tre colpi di pistola calibro 7.65, sparati quasi sicuramente da due sicari giunti dalla Calabria per conto della 'ndrangheta. Lo stesso numero di proiettili spesi per Giuseppe Realini, pure lui ucciso davanti alla sua abitazione di Chuduno 5 mesi più tardi perché diventato testimone scomodo.

È su questa pista che stanno lavorando i carabinieri del Ros e la Dda di Brescia. E che il fascicolo dei due delitti da tre anni a questa parte sia passato dalla scrivania del pm della Procura di Bergamo Maria Cristina Rota alla Distrettuale antimafia è il certificato che hanno a che fare con le organizzazioni criminali. E pure la dimostrazione che nella nostra provincia queste ultime agiscono con disinvoltura, alla faccia di chi si ostina a negarne le infiltrazioni.

Cartello di Medellin e cosche calabresi già dalla metà degli anni '90 - quando la 'ndrangheta punta sulla cocaina e, guarda caso, diventa la prima mafia italiana - danno vita a joint-venture per gestire il traffico internazionale di polvere bianca. In Europa arriva di solito la pasta di coca, più facile da celare, meno dispendiosa in caso di sequestri. Servono però raffinerie sul posto e così la nuova alleanza criminale cerca siti. In Bergamasca trova una serra a Telgate e contatti con Signorelli, pregiudicato di piccolo cabotaggio che, dopo una breve e fallimentare esperienza di rapinatore, s'era gettato nel ramo stupefacenti. È lui che diventa in pratica il custode della raffineria, dove sono al lavoro i chimici colombiani. 

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