«Pensioni, dal 2019 si va a 67 anni»
Gli scenari dell’Istat per il futuro

Per il 35% dei giovani laureati il primo lavoro è precario, mentre le probabilità di agganciare un posto fisso salgono se ci si ferma alla scuola dell’obbligo: in questo caso l’impiego di partenza non è stabile «solo» per il 21%.

Quello che può apparire come un paradosso viene fuori da cifre incontrovertibili dell’Istat. Il famoso «pezzo di carta» vale poco se si punta subito al contratto a tempo indeterminato, ma gli studi pagherebbero nel tempo, superata una lunga «gavetta». Non sembrano invece esserci spiragli per le donne, categoria per cui la precarietà non conosce confine, tanto che oltre il 40% delle lavoratici ’atipichè, ovvero con un contratto a tempo determinato o di collaborazione, è mamma. Percorsi occupazionali sfilacciati, ritardati, non potranno che riflettersi sulle pensioni: i giovani di oggi rischiano di averle ma «basse», avverte l’Istat, che così si unisce all’allarme già lanciato dall’Inps. Il presidente dell’Istituto di statistica, Giorgio Alleva, parla apertamente di «criticità», chiamato alla Camera a rendere conto delle storie contributive delle nuove generazioni, visto che si stanno esaminando proposte per rendere il sistema previdenziale più equo.

Un’operazione che parte in salita, anche per gli effetti demografici che potrebbero far salire l’età pensionabile. Dai “66 anni e 7 mesi» si passerebbe «a 67 anni a partire dal 2019», fino a sfiorare i 70 anni, «69 anni e 9 mesi dal 2051». Come noto però qualcosa potrebbe cambiare. L’Istat infatti fornirà l’aggiornamento sull’aspettativa di vita in autunno.

Certe tendenze comunque non potranno essere invertite, semmai solo attenuate, fa presente l’Istat, prevedendo una «decrescita” della popolazione residente (7 milioni in meno nel 2065). Un aiuto potrà venire dagli immigrati (+14,4 milioni nello stesso arco di tempo) ma ne intanto ci sarà anche chi lascerà l’Italia (in circa 6,7 milioni).

Che fare quindi? Di certo studiare sembra non convenire se si vuole il posto fisso al primo tentativo: l’occupazione atipica “cresce all’aumentare del titolo di studio», certifica l’Istituto. Alla fine però chi vanta una laurea in oltre il 77% dei casi ha un lavoro, mentre la percentuale scende al 45% tra chi può contare esclusivamente sulla licenzia media (dati 2016).

Magari poi tra chi ha passato tanti anni tra i banchi c’è la propensione a non accontentarsi e piegarsi a un impiego precario ma con più prospettive di carriera.

Tuttavia l’Istat non manca di rimarcare il «sottoutilizzo» di giovani istruiti, con gli inevitabili danni per la produttività dell’intera economia. Ecco che solo il 60% dei ’young adult’ (25-34enni) ha un posto e tra i nati negli anni Ottanta l’impiego di ingresso è precario nel 45% delle volte, quasi il doppio di quanti hanno avuto la fortuna di venire al mondo negli anni Sessanta. E i numeri peggiorano se si guarda alle donne, che per la leader della Cisl, Annamaria Furlan, senza dubbio “hanno pagato il prezzo più alto della crisi».

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