Bergamo anziana? Si investa sui giovani

Bergamo anziana?
Si investa sui giovani

«Bergamo in cifre» è il titolo un po’ crudo dello studio di Palafrizzoni sulla demografia della città. Ma proprio i numeri – citando l’assessore all’Innovazione e semplificazione del Comune, Giacomo Angeloni – «aiutano a comprendere i cambiamenti che viviamo». Lui va oltre, e per renderli più poetici si ispira ad Antoine de Saint-Exupéry (vi ricordate «Il Piccolo principe?», un po’ abusato, è vero, ma questa, almeno, è una delle frasi meno note): «Agli adulti piacciono i numeri. Quando raccontate loro di un nuovo amico le loro domande sono: “Quanti anni ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?”. Solo allora pensano di conoscerlo».

Insomma i numeri dicono chi siamo e dove stiamo andando, e possono quindi essere il punto di partenza per raddrizzare la rotta, se necessario. Basta guardare dove abitiamo (il condominio, il quartiere), per rendersi conto della realtà: sempre più persone vivono sole (il 45% delle famiglie con un unico componente) e sono anziane (9.900 over 65). Un dato di cui tenere conto per orientare i servizi, ne sono un esempio il nuovo centro diurno cittadino al Villaggio degli Sposi (gestito da Carisma), le varie esperienze di portierato sociale. Ma senza rassegnarsi.

I matrimoni calano, la natalità pure (due figli sono già tanti), però nella giungla di grafici, ce n’è uno che fa ben sperare, quello relativo alla popolazione giovanile: la colonnina ha cominciato a risalire. Dopo un calo costante - dal 1991 in poi, per almeno 15 anni - i residenti tra i 18 e i 30 anni hanno iniziato di nuovo a crescere: erano 15.237 nel 2016, sono diventati 15.584 a inizio 2017. Un incremento dovuto agli stranieri, certo, ma non solo. I numeri, infatti, smontano anche alcuni luoghi comuni: i cittadini non italiani residenti sono aumentati di 252 unità, ma mantenendosi ai livelli degli anni precedenti (confermando la grande mobilità dei migranti, come dice la definizione stessa). Nessun «effetto profugo», quindi.

È su questo segnale (seppur timido) di «ringiovanimento» che la città è chiamata a scommettere e investire. Alcuni indicatori sono già positivi: l’Università che galoppa (ha raggiunto 17.235 iscritti), le imprese che dopo la crisi tornano a crescere (nel registro erano 13.692 quelle attive nel 2015, sono diventate 13.762 nel 2016). Si può fare di più? Almeno ci si può provare. Serve uno sforzo ulteriore per essere «accoglienti» con le nuove generazioni, con le famiglie, che chiedono un sostegno non necessariamente economico. E qui la politica può fare molto, può essere «creativa» se le finanze sono al lumicino (e lo sono), oltre che contare sulle «reti» che già si fanno in quattro per arrivare là dove le istituzioni non riescono. È una sfida che il capoluogo deve vincere, anche per non perdere il suo peso nei confronti di una provincia che rischia di bagnargli il naso. Secondo i dati dell’istituto Ires Lucia Morosini (che li ha elaborati per conto di Cgil Bergamo), infatti, l’indice di vecchiaia della Bergamasca è molto più basso di quello regionale e nazionale.

Certo c’è una doppia velocità tra pianura (che cresce) e montagna (che si spopola), ma il territorio continua a essere attrattivo. Se la città è riuscita a tamponare l’emorragia (tornando ai livelli di 120 mila abitanti), non può comunque mollare. È una questione di prospettiva. È una questione di futuro. E se le risposte oggi non ci sono, basta continuare a cercarle. Come dice «Il Piccolo principe» cercarle è comunque un atto di coraggio.

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