Burocrazia, il male che fa danni all’Italia

Burocrazia, il male
che fa danni all’Italia

Perché la ricostruzione nelle zone terremotate a un anno dal sisma è ancora ferma? Una domanda che si pongono anche i media stranieri . L’imbarazzo di dover parlare di un Paese membro del G7 e al contempo riferire di condizioni assimilabili ai Paesi cosiddetti in via di sviluppo. Ma questa è la contraddizione dell’Italia: forte tessuto produttivo e scarsa responsabilità sociale collettiva. Impregilo ha regalato al comune di Valfornace nelle Marche una scuola. Costruita in pochi mesi e consegnata in tempo per l’inizio del nuovo anno scolastico.

Procedure accelerate per i privati che si assumono i costi della ricostruzione, mentre le macerie dei paesi colpiti sono ancora lì a testimoniare che nulla si è mosso. Sarebbe ingeneroso addebitare lo stallo dei lavori al commissario straordinario Vasco Errani o al governo. È vero il contrario. L’impegno del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni per il mantenimento degli impegni assunti è sincero. Ha un solo ostacolo: la macchina amministrativa.

Ogni generale deve far i conti con le truppe che si ritrova. E quelle della burocrazia italiana sono malate di formalismi e lungaggini. Dietro la semi paralisi di una struttura si annida il vero tarlo che corrode la linfa vitale di uno Stato: la corruzione. Se una pratica è ferma, il diretto interessato potrà chiedere il favore di accelerare l’iter dietro compenso. Una tentazione alla quale riesce difficile resistere. E infatti i faccendieri che intrallazzano dietro le pieghe ricurve delle scartoffie la cronaca li chiama facilitatori. Un’amministrazione a carattere borbonico si differenzia rispetto ad una moderna ed efficiente perché parte dal presupposto che sia il cittadino a volere ingannare lo Stato. Si considera al servizio del cittadino solo in seconda istanza,la prima è che bisogna difendersene. Ed è quello che attualmente accade con la ricostruzione.

Dice Pietro Salini, amministratore delegato del gruppo Impregilo-Salini : siamo presenti in circa 25 Paesi ma nessuno ha le procedure complicate come in Italia. La cronaca ci istruisce sul come sia difficile sottrarsi alle infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici. Abbiamo dovuto inventarci un’Autorità anticorruzione per un fenomeno che non è delimitabile ad una ristretta cerchia di sospettabili ma è un fatto strutturale, potremmo dire di costume. Nelle classifiche di Transparency International in Europa l’Italia è il più corrotto dopo Grecia e Bulgaria. Va detto che dalla legge anti corruzione del 2012 passi avanti si sono registrati. Si sono scalate dodici posizioni nelle classifiche internazionali ma, fatto 50 il voto minimo di sufficienza nella corruzione percepita, il nostro Paese è ancora a quota 47. Che sia faticoso risalire la china lo dimostra la difficoltà a varare al Senato la legge di protezione per i «whistleblower», cioè coloro che denunciano i malfattori nella pubblica amministrazione. La terminologia è anglosassone ma la tradizione è di vecchia data. Venezia che era una repubblica fondata sul decoro delle istituzioni: aveva le «Boche de Leon» per denunziare pubblicamente il malfunzionamento della pubblica amministrazione. Per prevenire gli scandali che hanno segnato la ricostruzione dopo i terremoti dell’Irpinia del 1980 sino all’Abruzzo del 2009 il legislatore non ha che una strada: esasperare i controlli. Ed è quello che sta accadendo ora in Centro Italia. Il prezzo da pagare è il ritardo. Andrebbe detto a chiare lettere. Perché una cosa è certa: nel 1976 il terremoto del Friuli ebbe 40 mila sfollati. Senza uno scandalo che fosse uno la regione potè nell’arco di circa dieci anni, ricostruire pietra su pietra interi paesi. Un esempio per tutti. Sono i friulani dei marziani?

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