Fuori dai Mondiali L’Italia s’è persa

Fuori dai Mondiali
L’Italia s’è persa

È finita. Con un sussulto di dignità. Con un cuore grande così, ma senza un briciolo di fortuna. E la disfatta fa ancora più male. L’Italia, fatta fuori da una modesta ma solida Svezia grazie al golletto dell’andata a Solna (per di più complice una deviazione di De Rossi), vive il più grande dramma sportivo in quasi sessant’anni: nessuno che sia nato dopo il 1958 (la precedente mancata qualificazione, allora il Mondiale si giocò in Svezia) poteva dire fino a ieri sera di aver provato una sola volta – neppure da neonato – l’umiliazione calcistica di non aver vissuto, seppur da spettatore, il più grande spettacolo che il pallone regali ogni quattro anni.

E che per l’Italia era ormai un appuntamento scontato. Le conseguenze, a parte l’addio del commissario tecnico Ventura (consensuale o meno), sono una mazzata al valore del nostro calcio e al suo appeal (non trascuriamo le possibili ripercussioni sui prossimi spostamenti dei giocatori), per non dire dello tsunami economico ai danni della Figc e di un indotto che con il calcio e il Mondiale lavora e non poco. Adesso inizierà una lunga stagione di processi la cui onda raggiungerà anche le spiagge dell’estate quando sotto l’ombrellone ci prenderemo gli sfottò dei tedeschi, dei francesi, degli olandesi, degli inglesi (gli svedesi non saranno così imprudenti, dai) e dei vu cumprà (perché loro almeno qualche squadra africana ce l’avranno in Russia). A parte gli scherzi, non ha esagerato capitan Buffon ieri sera, affermando in lacrime che l’eliminazione degli azzurri è anche la sconfitta sociale di una nazione. Abbiamo perso una delle poche certezze che avevamo in Italia, un motivo di fierezza, un territorio sul quale veramente ci confrontavamo con le altre potenze, un valore da tramandare.

Allargando lo sguardo, questa doppia sfida con la Svezia ha messo a nudo, la sua parte, una certa fragilità del sistema Italia, che fa fatica, spesso più del resto d’Europa, e si aggrappa alle glorie del passato. Un Paese che, per sua natura e storia, viaggia a due velocità. Un Paese che in politica è sfilacciato e diviso, quando invece dovrebbe rispondere con coerenza alla propria gente e ai partner internazionali, dal momento che vivere «glocal» comporta un ulteriore senso di responsabilità. Per non dire del panorama economico: è partita la ripresa? Noi spesso siamo più lenti ad agganciarla e infatti la si percepisce ben poco (i numeri non dicono sempre le reali condizioni, vanno interpretati).

Non facciamo abbastanza per i giovani, non diamo loro quell’orizzonte nitido che altre generazioni hanno visto, li cresciamo nella precarietà, finché i più intraprendenti fanno la valigia e scappano all’estero: anche qui, come per un gioco di specchi, torniamo sul campo sportivo, perché – a parte le isole felici come l’Atalanta che apre alle nuove leve in prima squadra (soprattutto quella della scorsa stagione) e sviluppa in modo esemplare il vivaio – chiudiamo gli spazi e continuiamo a privilegiare chi è già affermato. E la Nazionale ne soffre, inevitabilmente. Poi frigniamo e ci lamentiamo perché le cose vanno storte. Come possiamo farci rispettare nel mondo se non ci organizziamo con l’efficienza che possa ridare fiato al talento e alle virtù che invece soffochiamo, prigionieri di una mentalità che frena, quando non complica? Certo, abbiamo la moda, la Ferrari, i cuochi, il mare e luoghi incantevoli, l’invidiabile patrimonio artistico ereditato nei secoli e qualche cervello importante. Non è poco, anzi. Ma finché continueremo a elencare queste eccellenze come un vanto difensivo, e protettivo dell’orgoglio nazionale, significa che come sistema e come popolo non abbiamo ancora superato la linea di centrocampo, a caccia di quei gol che restituiscano l’azzurro all’orizzonte dell’Italia.

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