Il buon imprenditore
investe nel lavoro

Fa riflettere, sul tema della dignità del lavoro, la notizia della scoperta fatta dalla Guardia di Finanza di Sarnico presso un’azienda del Sebino: su 17 lavoratori impiegati nell’impresa otto erano sprovvisti di qualsiasi contratto, tanto meno quello di assunzione. Si trattava di stranieri, indiani, pakistani, albanesi e un senegalese che è risultato essere clandestino. Altri, anche bergamaschi, lavoravano a domicilio. Tutti a 1 euro all’ora. L’impresa fa parte della filiera delle guarnizioni di gomma, di cui il distretto locale ha una leadership mondiale. Insomma è anello di una filiera importante, che vive di export fornendo produttori in particolare marchi di auto di assoluto prestigio, che raccoglie 140 imprese e che dà lavoro a 5.500 persone. Insomma un esempio di quelle che sono le eccellenze produttive italiane e lombarde in particolare. Proprio per questo fa ancor più specie che in un contesto così si possano incontrare realtà dove vengono violate le più elementari regole sul lavoro.

Dall’indagine della Guardia di Finanza si è infatti scoperto che l’azienda esternalizzava buona parte del lavoro, facendolo fare a domicilio, completamente in nero e con livelli retributivi da vero sfruttamento. Sono stati infatti intercettati 18 casi di lavoratori che eseguivano la «sbavatura» (la separazione del prodotto in gomma dalla stampata) in casa propria, con ritmi di lavoro da 12 ore al giorno e con retribuzioni irrisorie, di poco più di un euro all’ora.

Evidentemente siamo di fronte a un caso di estrema gravità, ma circoscritto alle responsabilità di un’imprenditrice spregiudicata (la titolare è un 26enne di un paese della provincia di Brescia) che ha voluto massimizzare i profitti di una lavorazione, i cui flussi erano garantiti proprio dall’eccellenza di tutti gli altri componenti della filiera. Del resto la filosofia delle imprese del distretto è esattamente opposta, come si legge nello statuto dell’Associazione che le raduna: «L’Associazione si propone di promuovere e tutelare l’attività imprenditoriale della produzione di guarnizioni per il settore industriale in genere, attraverso il sostegno ad attività di ricerca e sviluppo finalizzate, fra l’altro, alla tutela dell’ambiente ed alla formazione professionale degli addetti a tale comparto».

Tuttavia questo caso fa capire quanto sia duro a morire in Italia quello che la dottrina cattolica definisce senza troppe sfumature uno dei quattro peccati che «gridano la vendetta al cospetto di Dio»: non dare la giusta mercede a chi lavora. Il lavoro nero continua ad avere dimensioni enormi, e le principali vittime sono proprio gli immigrati: secondo i dati del Ministero degli Interni sarebbero ben 558mila gli stranieri che lavorano nel nostro Paese senza tutele, per la maggioranza proprio al Nord. Una ricchezza sommersa che è stata calcolata in 12,7 miliardi di euro che costa allo Stato 5,5miliardi di mancati contributi (dati della Fondazione Leone Moressa).

C’è ancora molta strada da fare perché in Italia si imponga una diversa cultura del lavoro, visto che purtroppo il fenomeno del sommerso coinvolge profondamente anche la zona più ricca e moderna del Paese. Un fenomeno che Papa Francesco aveva denunciato con parole molto lucide in occasione del discorso tenuto il 27 maggio a Genova davanti ai lavoratori dell’Ilva. «Qualche volta il sistema politico sembra incoraggiare chi specula sul lavoro e non chi investe e crede nel lavoro», aveva detto in quell’occasione Francesco.

In questo modo si fomentano dei fenomeni di vero ricatto sociale nei confronti di chi non ha alternative. L’antidoto secondo Francesco è il modello del «buon imprenditore», che è innanzitutto colui che coltiva e premia le capacità dei propri collaboratori. Che è consapevole che il lavoro sia un imprescindibile valore. L’Italia è ricca di buoni imprenditori, che ostinatamente hanno costruito lavoro e ricchezza diffusa, nonostante tanta cultura li abbia demonizzati. Solo puntando sul loro modello che si vince la sfida contro il «cattivo» lavoro e contro il sommerso.

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