Il dopo terremoto Scontro politico

Il dopo terremoto
Scontro politico

L’opera di ricostruzione delle zone dell’Appennino devastate dal terremoto (sarebbe meglio dire: dai terremoti, visto che se ne sono susseguiti ben tre da agosto 2016 a gennaio 2017) sta per avere una svolta. Escono di scena i protagonisti della prima fase dell’emergenza e man mano vengono sostituiti, ma non è ancora chiaro con questo ricambio quale modello operativo verrà seguito da adesso in poi. Prima Fabrizio Curcio ha lasciato (per «ragioni personali») la guida della Protezione civile, ora Vasco Errani non rinnova («non per ragioni politiche o di poltrona») il contratto di commissario straordinario conferitogli da Renzi e in scadenza il 9 settembre.

Curcio è stato sostituito col suo vice, per il posto di Errani sapremo presto. Quel che è certo è che gli enti locali, le Regioni e i Comuni, già ora rivendicano una maggiore centralità nella fase della ricostruzione a scapito dei poteri centralizzati del commissario. Da quel che si capisce, il governo è pronto a venire incontro alla richiesta: Palazzo Chigi eserciterà un ruolo di coordinamento e non è escluso che saranno i governatori delle Regioni colpite (Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo) ad assumere la veste di commissari alla ricostruzione dei loro territori. Sembra così che tramonti ancora un po’ di più il vecchio modello Bertolaso: un tempo la Protezione civile riassumeva in sé tutti i poteri, quelli dell’immediata emergenza e quelli successivi della ricostruzione, tanto che Bertolaso assunse ad un certo punto un potere vastissimo che lo portò a forza di decreti a guidare il post terremoto dell’Aquila con la costruzione delle tanto contestate «new town». Furono solo gli scandali e le inchieste della magistratura a demolire quel modello interventista che il centrodestra oggi ancora rimpiange e ripropone. Già, perché da quel modello si è usciti con un forte ridimensionamento della Protezione civile, con più potere alle Regioni e soprattutto con maggiori controlli sugli appalti e sulle decisioni, anche le più piccole.

Tanto per fare un esempio, un sindaco per puntellare un edificio oltre la spesa di 4 mila euro deve chiedere il parere delle Regioni che teoricamente dovrebbe arrivare entro tre giorni ma in genere ne impiega dieci volte tanto. Come tutti sappiamo nell’eterno pendolo italiano (più poteri e procedure semplificate uguale rischio corruzione; meno poteri e più controlli uguale rischio lentezza), come per Bertolaso si criticava il «decisionismo» del commissario, nella fase Errani si è criticato il passo troppo lento degli interventi. E questo vale per le macerie che sono in grandissima parte ancora da rimuovere, vale per le casette che ancora non sono state consegnate che in una porzione, vale soprattutto per i progetti di vera e propria ricostruzione dei paesi di cui ancora nemmeno si parla. Fu lo stesso Errani, in un celebre fuori-onda pubblicato da Panorama, a lamentarsi di questa giostra esasperante di procedure, competenze, permessi, regolamenti, leggi e codici. In una parola: della burocrazia che tanto ci opprime ma che pure nasce dalle nostre teste, non certo da quelle di marziani e lunatici.

Da quel che ha detto Paolo Gentiloni ieri nella riunione della «cabina di regia» a Palazzo Chigi del post terremoto appenninico, si persegue sulla strada della «diffusione del potere» verso gli enti locali: eppure le Regioni, o almeno alcune di loro, sono state criticate proprio per la scarsa efficienza dei loro apparati che in certi casi sono apparsi troppo al di sotto delle necessità. Non appaia un discorso astratto quello fatto finora: l’Italia ormai è molto ben attrezzata a correre in soccorso di chi subisce calamità come un terremoto o un’alluvione (non ancora per gli incendi) ma non è altrettanto efficiente nel fare le cose del giorno dopo che pure incidono pesantemente sulla vita quotidiana delle persone e delle famiglie vittime di queste circostanze drammatiche. Sarà giusto il modello «partecipato» scelto dal governo o non si corre il rischio così di aumentare i ritardi? Lo sapremo molto presto, alle prime polemiche politiche che divamperanno all’arrivo della stagione autunnale, in genere la più difficile per chi ha perso tutto.

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