Il ruolo di Pechino in una sfida globale

Il ruolo di Pechino
in una sfida globale

Il termometro della paura subisce strane oscillazioni. Schizzò in alto nel 1990, con la prima Guerra del Golfo contro Saddam Hussein, quando anche in Italia molti corsero ai supermercati a fare incetta di zucchero e pasta. Restò in basso nel 2003, anche se George Bush e Tony Blair avevano convinto mezzo mondo che Saddam aveva armi di distruzione di massa. Né il suo andamento è parso frenetico con la guerra in Ucraina, cioè in piena Europa, con una potenza nucleare come la Russia di mezzo e la Nato che osserva e si prepara.

Nessuno, poi, si è spaventato quando gli Usa hanno promosso, in Polonia e Romania, cioè di nuovo in Europa, la costruzione di uno scudo stellare che avrebbe dovuto proteggerci da un ipotetico attacco atomico. Perché, dunque, siamo così allarmati dalla crisi tra Corea del Nord e Stati Uniti? Perché è stato abbastanza facile convincerci che una guerra sia possibile, addirittura probabile, e che potremmo trovarci sull’orlo della Terza guerra mondiale? Proviamo a mettere le ragioni in ordine crescente di gravità. Intanto, come sempre, la propaganda impazza colpi di dicerie e di affermazioni mai confermate. Non è vero che Vladimir Putin abbia detto che gli Usa vogliono la guerra per metter le mani sulle ricchezze minerarie della Corea del Nord. Ed è lecito dubitare del fatto che la Corea del Nord abbia la capacità di miniaturizzare una testata nucleare per poterla caricare su uno dei suoi missili: se ne sono vantati i militari coreani e l’hanno paventato i servizi segreti di Usa e Giappone, ma gli esperti del settore sono molto scettici.

Una più concreta ragione è l’imprevedibilità dei protagonisti. Il leader coreano, il trentatreenne Kim Jong-un (figlio di Kim Jong-il che era figlio di Kim Il-sung, fondatore del Paese), sembra uno squilibrato ed è dal 2011 dittatore di un Paese che, ai nostri occhi di occidentali, pare un incrocio tra una repubblica delle banane e un incubo. E Donald Trump è troppo poco politico e umorale per darci fiducia. E poi qui si parla con grande facilità di guerre, invasioni, distruzione. E di bombe atomiche: la Corea del Nord ha condotto cinque test nucleari dal 2006 a oggi (due dei quali nel 2016), nel solo 2017 ha lanciato 18 missili e Kim Jong-un minaccia un giorno sì e uno no di colpire gli Usa. A costo di sembrare incoscienti, però, diciamo che questa è l’apparenza, se non il folklore della crisi. Le ragioni più profonde sono altre e, paradossalmente, sono anche quelle che possono produrre qualche scintilla di ottimismo. Alla radice di tutto c’è il forte disagio, per non dire l’incertezza, della Cina. Negli ultimi anni, da quando Xi Jinping è diventato segretario del Partito comunista e presidente della Repubblica (2012), Pechino ha provato a far valere con più grinta le proprie ambizioni di potenza globale, in particolare in Medio Oriente (crisi siriana) e in Asia, dove punta al controllo del Mar cinese meridionale, dove transita un terzo del traffico marittimo mondiale.

Le mattane di Kim Jong-un, però, mettono a rischio l’intera politica cinese. La Corea del Nord sopravvive, a dispetto del folle governo e delle sanzioni internazionali, grazie ai rapporti con la Cina, che la rifornisce di petrolio ed energia, le consente di aggirare l’embargo finanziario e la sostiene con commerci e scambi. Ma ora il vassallo non obbedisce più e l’imbarazzo del colosso cinese è evidente. Inoltre, la Corea del Nord è sempre servita alla Cina per tenere lontani gli Usa, attestati in Corea del Sud. Adesso, però, lo Stato-cuscinetto è diventato un letto di spine e la Cina rischia di trovarsi con una spedizione militare americana ai confini, cosa che, grazie alle minacce di Kim Jong-un, non attirerebbe su Washington la condanna del mondo. La palla, quindi, è adesso nel campo di Pechino. Tocca a Xi Jinping dimostrare di saper mettere le redini a Kim e riportare l’ordine nei ranghi. L’incubo della guerra grava su tutti noi, ma sui dirigenti cinesi pende anche la spada di Damocle di una totale perdita di credibilità e di una sconfitta politica che sarebbe gravissima proprio ora che il Paese prova a giocare una partita globale. La Cina non può permetterselo, deve risolvere questo pasticcio. Ecco la speranza più fondata che abbiamo per evitare la guerra.

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