Italia e Usa alleate contro il terrorismo

Italia e Usa alleate
contro il terrorismo

Il colloquio di Paolo Gentiloni con Donald Trump non ha certo riprodotto la cordialità amichevole cui ci avevano abituati Barack Obama e Matteo Renzi, partecipi di un rapporto culminato con lo State Dinner offerto al presidente italiano in piena campagna elettorale per le presidenziali Usa. E tuttavia la formalità protocollare dell’incontro di ieri pomeriggio a Washington è stata caratterizzata da una cordialità lontana dalla freddezza del meeting con Angela Merkel. Certo, non si è andati oltre, e questo probabilmente a causa del favore per la candidatura di Hillary Clinton manifestata durante la campagna presidenziale dal governo italiano dell’epoca e di cui l’attuale è dichiaratamente il proseguimento.

Ma anche se non c’era da aspettarsi chissà quale accoglienza da parte di Trump, Gentiloni ha saputo entrare in sintonia con il capo della Casa Bianca ripetendo sin dal suo arrivo a Washington che l’Italia considera un «dovere» l’intesa transatlantica con, si deduce, qualunque amministrazione: così fecero Berlusconi con Obama e Prodi con Bush.

E così fa l’attuale presidente del Consiglio il quale nell’incontro con Trump si è anche giovato del suo doppio ruolo, essendo lui il «padrone di casa» del G7 che si terrà in maggio a Taormina («L’aspettiamo in Sicilia», «Non vedo l’ora»). Vertice che dovrà affrontare dossier estremamente delicati e passare in rassegna i nodi di un contesto geopolitico quantomeno intricato e carico di tensioni: dalla lotta al terrorismo alla crisi siriana, dalla Corea del Nord ai rapporti commerciali e all’emergenza climatica.

La conferenza stampa congiunta successiva al colloquio ha comunque tenuto a ribadire che l’Italia è un partner importante proprio nella lotta al terrorismo internazionale, soprattutto di marca islamista. E da questo punto di vista, Gentiloni ha avuto buon gioco nel ricordare il nostro ruolo ma anche lo sforzo economico cui ci sottoponiamo, implicitamente così rispondendo alle continue sollecitazioni di Washington agli europei perché spendano di più per la sicurezza comune.

Quel che a Gentiloni interessava di più, in questo momento era portare a casa un impegno aperto e chiaro degli americani a favore della stabilizzazione della situazione libica laddove noi sosteniamo il governo di Al Serraji a Tripoli e osteggiamo l’idea di suddividere l’ex colonia in zone di influenza separate tra loro, una prospettiva che Roma considera foriera di ulteriore disordine. Per noi è fondamentale che in Libia ci sia un governo riconosciuto (di cui in qualche modo l’Italia si fa garante internazionale in forza degli antichi rapporti che ci legano a quella sponda del Mediterraneo) perché solo così si garantirebbe una diminuzione dei flussi migratori altrimenti fuori controllo. Il Migration Compact adottato dalla Ue su proposta del governo Renzi, tra i suoi pilastri ha proprio la stabilizzazione delle aree attraverso cui transitano i migranti che poi arrivano sulle nostre coste. È importante che questa linea riceva l’aiuto americano.

C’è poi un altro dossier importantissimo per i rapporti con gli Stati Uniti intesi soprattutto come mercato di sbocco del nostro export: la politica protezionistica dell’amministrazione Trump, agli occhi di un Paese eminentemente trasformatore ed esportatore, deve avere una qualche forma di ammorbidimento. I dazi imposti dagli Usa a due simboli mondiali del made in Italy come la Vespa e l’acqua minerale San Pellegrino - come ritorsione per le misure restrittive verso la carne americana, sono stati un pessimo segnale e ci aspettiamo che venga corretto.

Dentro questo paniere di problemi aperti resta la saldezza dei rapporti storici e geopolitici tra gli Stati Uniti e l’Italia: la sottovalutazione trumpiana del ruolo e del peso mondiale dell’Unione europea deve comunque prendere atto che c’è un Paese membro fondatore della Ue che si allunga nel Mediterraneo a metà strada tra il Medio Oriente e l’Africa con cui da duemila anni intreccia ogni tipo di rapporto. Basta questo per far capire anche a Trump il carattere strategico del rapporto con Roma.

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Commenti (7) Regolamento Commenti: Prima di commentare gli utenti sono tenuti a leggere il regolamento del sito. I commenti che verranno ritenuti offensivi o razzisti non verranno pubblicati e saranno cancellati. Accedi per commentare
RosannaVavassori
Rosanna Vavassori scrive: 22-04-2017 - 10:36h
Povero Gentiloni. mi fa addirittura tenerezza vederlo col cappello in mano e le orecchie basse davanti a Trump dopo avere tifato per la Clinton.
angelocer97.3513109517
Angelo Francesco Cereda scrive: 27-04-2017 - 17:46h
Faceva molto più pena il cavaliere, che non accennava nemmeno un vocabolo corretto in inglese.
leonardo vergani scrive: 22-04-2017 - 08:22h
Il servilismo dimostrato di 'Spadino' è pari solo a quello del suo predecessore capobanda 'Fonzy'.
Fabio Piazzoni scrive: 21-04-2017 - 20:14h
"resta la saldezza dei rapporti storici e geopolitici tra gli Stati Uniti e l’Italia".....ossia gli americani comandano e noi ubbidiamo....
Francesco Zenda scrive: 21-04-2017 - 20:10h
I libici stavano molto meglio con Gheddafi. Era matto, ma questi che ora si scannano a vicenda lo sono molto di più. Ma Sarkozy e Napolitano hanno avuto voglia di fare guerra per portare questi tipi al potere ed ecco che i libici sono rovinati e alla fame. E noi siamo pieni di profughi.
Lorenzo Frediani scrive: 22-04-2017 - 02:30h
La guerra l'hanno fatta i francesi quando hanno visto che Gheddafi insidiava il franco africano che mette le riserve valutarie delle ex-colonie sotto il controllo di Parigi. I politicanti italiani in cambio dell'appoggio all'invasione hanno ottenuto la nomina di Draghi alla BCE. Il solito mercato delle vacche calmierato da altisonanti proclami umanitari. Nell'epoca del politically correct la politica si può fare solo in mezzo a saune di ipocrisia.
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