Le crepe a sinistra
alla resa dei conti

Un largo Campo progressista, un nuovo Ulivo, una riemersione della sinistra dai fondali dell’astensionismo e dello sconforto. Questi gli altisonanti propositi che hanno spinto gli scontenti del new deal renziano ad intraprendere una lunga marcia nel deserto per riportare il popolo disperso della sinistra alla terra promessa della sua unità. Un cammino arduo e subito interrotto. Non ha avuto il tempo Giuliano Pisapia di annunciare la nascita della «nuova casa comune del centrosinistra» che sono comparse vistose crepe. Evidentemente, nel progetto c’è qualcosa che non quadra.

Tutto sta a vedere se si tratta solo di qualche calcolo da rivedere o se invece è il terreno stesso su cui si sono poste le fondamenta a non reggere. A riesaminare con una qualche cura il progetto nasce il forte sospetto che in effetti le cose non si mettano bene. La smania di dar corso all’impresa ha fatto sottovalutare le enormi difficoltà della sua realizzazione. Gli architetti non si sono resi conto che avevano in testa due case diverse da approntare per la sinistra futura. A Pisapia sta a cuore riunirla per riportarla al governo. A D’Alema e compagni preme ricominciare da capo una storia politica rovinata da Renzi. A tutti i costi, anche a costo di finire per un tempo imprecisato all’opposizione.

È bastato posare le prime pietre e la diversa impostazione dei progetti è emersa in tutta evidenza. A dividerli ci sono ragioni politiche e personali, calcoli tattici e disegni strategici, antiche ruggini e nuove rivalità generazionali. Francamente i nodi sono troppi perché si possa pretendere di scioglierli tutti in breve tempo, con l’assillo peraltro della prova del fuoco elettorale che incombe. L’ex sindaco di Milano ha in mente quella stessa coalizione larga che gli ha permesso di conquistare Palazzo Marino. L’ex segretario del Pds è ossessionato viceversa dall’idea di liberare il Pd dal suo segretario per ristabilire lo stato delle cose infranto, gerarchie spodestate comprese. C’è quindi una resa dei conti - personale e generazionale - che mina i piani dell’unificazione della sinistra. Ad alimentare lo scontro c’è poi un aspetto eminentemente politico.

Sta montando in tutta Europa l’offensiva della sinistra contro i vertici di partito accusati di aver smarrito la strada, di essersi ricordata solo della prima delle tre canoniche parole d’ordine care al progressismo occidentale Liberté, Egalité, Fraternité. Aspettiamoci dunque di vedere i vari Bersani, D’Alema e Speranza abbandonare gli antichi amori coltivati al tempo dell’Ulivo mondiale e passare dalla compagnia di Clinton e Blair a quella di Corbyn e Mélenchon. Ridotto all’osso, il problema è il Pd a trazione renziana. Ma, visto che non c’è un futuro al governo per un centrosinistra amputato del suo maggior partito - il Pd appunto – risulta scontato che i fuoriusciti siano disposti anche a restare confinati in un ruolo testimoniale di partitino ridotto al lumicino (2-3%) pur di sbarazzarsi di Renzi. Non si deve scambiare per un ramoscello d’ulivo l’apertura a sinistra annunciata da Renzi venerdì in direzione. Un’apertura al veleno, visto che si accompagna ad un disegno di riforma elettorale punitivo delle piccole formazioni, quali Mdp e Sinistra italiana. Essa è piuttosto la classica mossa tattica volta a scaricare sugli scissionisti la responsabilità del più che probabile naufragio dell’ipotesi, da molti caldeggiata, di una coalizione dell’intera sinistra alle prossime elezioni politiche.

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