Le politiche sociali
sono passate di moda

Lo Stato sociale non è più di moda. Nessuno o quasi politicamente sembra rivendicarlo, se non partiti marginali nello scacchiere nazionale. Nella migliore delle ipotesi esso è giudicato insostenibile. Nella peggiore, screditato come responsabile della crisi o del fallimento delle finanze pubbliche. Negli ultimi mesi poi le politiche sociali e, in particolare, le misure di accoglienza degli stranieri sono state al centro di azioni giudiziarie (le indagini su mafia capitale) che ne hanno rivelato la permeabilità a fenomeni corruttivi.

Nell’ambito delle politiche economiche, anche del governo italiano, riecheggiano approcci ben noti e cioè la separazione/successione tra politiche orientate alla crescita, cui è riconosciuta una decisa priorità, e politiche redistributive e sociali che retrocedono al rango di freno allo sviluppo o a ambito cui dedicarsi in un secondo, eventuale tempo dell’ azione politica. Il dettato della Costituzione, in tema di diritti sociali e redistribuzione, è da sempre molto parzialmente applicato, se non apertamente eluso. Il riconoscimento del condizionamento finanziario dei diritti sociali ne ha giustificato, spesso senza adeguati bilanciamenti, una parziale e precaria attuazione. E negli ultimi anni, la congiuntura prolungata di crisi ha prodotto ulteriori tagli a una situazione già ampiamente deficitaria. Basti pensare – ma è davvero solo un piccolo esempio - al «contributo volontario» che le scuole sono costrette a richiedere sempre più esplicitamente ai propri iscritti, in barba alla gratuità dell’istruzione obbligatoria.

Con l’ampliamento della sfera di bisogno, la spesa sociale è diminuita. La cosa apparentemente paradossale è che tale riduzione, anziché suscitare proteste, sembra incontrare un certo consenso, o almeno un’acquiescenza, perfino tra cittadini economicamente vulnerabili. Perché? Da un lato, questo atteggiamento sconta una complessiva sfiducia verso l’intervento pubblico, che si reputa ormai quasi fatalmente veicolo di inefficienze e di illegalità, buone solo a ingrassare la classe politica. D’altro lato, non pochi, depistati dalla propaganda di parti politiche che provano a lucrare sulla «guerra fra poveri», vedono nella spesa sociale un capitolo destinato agli stranieri. La debolezza del welfare ha anche una più profonda radice culturale.

I cittadini mostrano di prediligere interventi monetari, sotto forma di trasferimenti ad hoc (attraverso voucher, ad esempio), o di riduzione della pressione fiscale, rivelando così un radicato orientamento individualistico che preferisce il «rimpolpamento» della capacità d’acquisto privata rispetto alla predisposizione di una rete comunitaria (pubblica) di servizi. Questa mentalità individualistica, consumeristica, spiega perché si continui a perpetuare l’antico vizio di un welfare sbilanciato verso trasferimenti monetari, spesso peraltro distribuiti con criteri opachi e discutibili, rispetto alla predisposizione di servizi. E quand’anche si tratti di ridurre la pressione fiscale, si tende a operare in un modo fintamente egualitario (come con l’annunciato provvedimento di detassazione della prima casa), penalizzando ulteriormente progressività e redistribuzione.

Sembra insomma che a sostenere un’azione pubblica latitante sul fronte del welfare sia un’opinione pubblica largamente permeata da una cultura individualistica, plasmata da decenni di un’ideologia liberistica che ha disabituato i cittadini a pensarsi come comunità coesa. L’esito è che continua a mancare un’infrastruttura nazionale che dia solidità alle politiche sociali, come attestano l’impoverimento di fondi importanti, come quello per la non-autosufficienza, nonché la perdurante indeterminazione dei livelli essenziali di assistenza sociale. Continua soprattutto a mancare, nonostante i periodici e vani dibattiti, una misura universalistica che protegga dalla caduta nella povertà assoluta. In questa situazione, in trincea, restano i Comuni, titolari di competenze amministrative nelle politiche sociali per le quali però difettano fondi e servizi necessari.

Gli amministratori comunali, nel loro operato, incrociano direttamente le storie di fragilità e i volti ineludibili, con cui fare i conti. Di fronte alla latitanza del livello statale, essi, nei casi virtuosi, cercano di mobilitare, attorno a compiti pubblici di cura, il tessuto di solidarietà sociali di cui il territorio è ricco, promovendo una alleanza tra istituzioni e cittadini; altrove, purtroppo, cedono alla tentazione di alimentare una guerra tra poveri che rischia di lacerare quello che rimane del tessuto sociale.

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