Lega, un’identità in cerca d’autore

Lega, un’identità
in cerca d’autore

Non sarebbe la prima volta che la Lega trasforma un incidente di percorso in un rilancio di segno opposto, specie se i guai piombano alla vigilia del tradizionale raduno di Pontida. Ma stavolta la questione è seria e la coda giudiziaria della condanna in primo grado di Bossi e Belsito per presunte irregolarità sull’utilizzo di fondi pubblici al partito ipoteca il futuro immediato del Carroccio. Si capisce la preoccupazione di Salvini dinanzi al sequestro preventivo e provvisorio di diversi conti correnti del partito (compresi quelli di Bergamo), assai meno la tesi del complotto della magistratura. La decisione del Tribunale di Genova configura, in ogni caso, una situazione inedita e delicata, trattandosi di un partito e di una sentenza non definitiva. Nel conto, quindi, conviene mettere anche la valutazione di un mago del settore, Tremonti, il quale ritiene che la pronuncia dei giudici «sia stata un’interpretazione sbagliata della legge: non sarà incostituzionale, ma è incostituzionale la sua applicazione in questi termini perché l’effetto è un limite alla libertà».

L’appuntamento di domenica a Pontida, dunque, cambierà spartito per rivelarsi un’adunata contro le toghe? Fosse così, sarebbe un ritorno all’antico, là dove si dimentica la dura replica dei fatti. La Lega gestione Bossi, a parte un idillio iniziale con la magistratura (ricordate il cappio agitato a Montecitorio?), s’è spesso accodata alla piena sovranità berlusconiana che in materia ha dettato la linea. Negli annali resta la battaglia (persa) del Guardasigilli Castelli contro la nomina, nel 2004, di Adriano Galizzi a capo della Procura di Bergamo.

Sul piano interno, comunque, più si appesantiscono le conseguenze giudiziarie, più si rafforza la discontinuità politica nei confronti della vecchia guardia: Salvini, in sostanza, può aggiungere un altro motivo alle ragioni della svolta sovranista che sostituisce la Lega padana scivolata sui diamanti. Questo in teoria, ma la pratica quotidiana ha altre variabili contraddittorie, lasciando alla Pontida di sempre il suo ruolo sentimentale: una kermesse popolar-popolana, l’ora dell’orgoglio identitario e delle parole in libertà. Doveva essere il raduno della Lega «nazionale», ma certe ambizioni andranno ridimensionate. Salvini arriva sul pratone con i sondaggi che lo danno in buona salute: per il resto i termini della questione che lo riguardano non sono cambiati.

Nel frattempo la Lega ha collezionato altre due maldestre iniziative: la sortita di Zaia sui vaccini e i parcheggi «rosa» di Pontida. Il centrodestra, allo stato, non risulta scalabile. Berlusconi non sarà al meglio e sarà pure azzoppato in attesa della riabilitazione (se ci sarà) della Corte di giustizia europea, ma i conti si fanno sempre con lui. Per mantenersi in sella l’ex Cavaliere è diventato persino europeista e sostenitore della Merkel. Per certi aspetti Berlusconi è stato più pronto di riflessi del suo competitore: ha capito che la cornice sta evolvendo e che l’eccitazione populista si va raffreddando. Salvini l’euroscettico, dinanzi al bel mondo del meeting di Cernobbio, ha innestato la retromarcia, quasi una ritirata strategica: non è più il tempo del corpo a corpo contro Bruxelles, l’euro vola sul dollaro, la ripresa (o ripresina) toglie forza d’urto alla Lega formato combattimento.

Qualche jolly salviniano diventa inservibile. La stessa stretta di Minniti sui migranti, comunque la si voglia giudicare, sterilizza la ruspa del capo leghista: i problemi per il ministro, semmai, da qui in poi potrebbero venire più da sinistra che da destra. Mentre lo sbarco al Sud resta problematico e se Berlusconi ha nell’approccio moderato una carta di riserva, Salvini non dispone di pezzi di ricambio immediatamente recuperabili. Fin qui, sfruttando il cortocircuito della cronaca nera, ha inseguito un futuro separato da Forza Italia. Anche se lo conquistasse, andrebbe incontro ad una condizione minoritaria: il ruolo di comprimario che non accetta oggi, diventerebbe subalterna estraneità.

La stessa carta del referendum sull’autonomia in Lombardia e Veneto – la cui utilità è tutta da discutere e il cui interesse non sembra da folla oceanica – viene propagandata all’esterno, ma non pare convincere più di tanto il nostro, o perlomeno essere nelle sue corde. Una scelta quasi ospitata, del resto il nordismo non combacia con il sovranismo di Salvini. L’affermazione referendaria andrebbe poi condivisa con l’ala istituzionale del partito: due anime non sempre sovrapponibili. Chi spiega al popolo di Pontida che era padano e che ora è italiano? Anzi, correzione: che, nelle condizioni date, torna a essere un po’ padano e nel contempo pure un po’ sudista, ma in ogni caso nazionalista italiano? L’offensiva contro la magistratura, se sarà così, giunge puntuale a Pontida: può rimpiazzare i jolly inutilizzabili in un quadro che cambia e coprire i limiti di energie oltranziste. Un’identità ancora in cerca d’autore.

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