Militante o dimesso il tema è la solitudine
Un giovane prete ritratto da Piero Pazzi (Foto by Ansa)

Militante o dimesso
il tema è la solitudine

Alcune decine di preti della diocesi stanno preparando il trasloco. Cambio di parrocchia. In questo stato di fatto, tipico di ogni estate, viene la voglia di quelle domande che non si pongono quasi mai perché sono troppo semplici. Oppure sono così generali che bisognerebbe scriverci un libro. E allora meglio non parlarne. Una di quelle domande – ripeto: semplici e difficili – è quella di sempre: che senso ha fare il prete oggi? Figuriamoci: bisognerebbe parlare e di Chiesa, e di prete, e di società moderna, e di altre religioni e di parrocchia, e di diocesi e delle sue necessarie e complicate riforme… Insomma: un trattato. Allora facciamo un esercizio modesto e ragionevole. Fermiamoci su un piccolo punto, piccolo piccolo, e cerchiamo attraverso di quello di spiare qualcosa dei grandi sommovimenti in corso.

Domanda: qual è lo stato d’animo dominante del prete oggi? E non del prete in Patagonia, ma di quello che vive qui, in quel di Bergamo. Anche questa non è una domanda semplice, ma è un po’ meno complicata del «senso del fare prete oggi». Lo stato d’animo. In generale fare il prete oggi significa prendere atto che la figura ha perso smalto. I preti influenzano poco la Chiesa e pochissimo la società. Sono un gruppo che sta perdendo terreno rispetto al passato, perché sono di meno e perché «pesano» di meno. O, almeno, così appare all’opinione pubblica. Da notare che questo vale anche nella Chiesa, nella quale si invoca – giustamente e a gran voce – una presenza più forte e responsabile dei laici.

Ora, di fronte a questo dato, esiste un gruppo di preti, forse minoritario, che si impegna a difendere a tutti i costi «quello che c’è». Sono i preti ai quali interessano poco quelle attività «di confine» – sport, cultura, perfino le attività caritative… – attività che le comunità cristiane hanno sempre promosso, in varie forme. Non interessano perché, dicono, la Chiesa non esiste per organizzare partite di calcio, e neppure i Cre, e neppure rientra nei suoi compiti specifici restaurare chiese e quadri e, per sé, neppure mettere un appartamento a disposizione di un gruppo di ragazzi extracomunitari. Che ce ne facciamo delle centinaia di oratori, delle 1.700 chiese, spesso abbandonate? Perché, appunto, restaurarle e dove trovare i soldi per farlo? Tutte queste cose si fanno, si sono fatte, ma si potrebbero anche non fare. Molti di questi preti amano anche lo slogan «o dentro o fuori», o cristiani tutti d’un pezzo o niente. La versione recente vede il giovane prete che si mette il tricorno, che dà fondo a tutti i vecchi pizzi e le vecchie pianete sepolte nei cassetti della sagrestia. La difesa di ciò che c’è si deve anche vedere in effetti. I crociati devono sempre avere una qualche bella croce sul petto da esibire a tutti. Preti tutti d’un pezzo, dunque, militanti. È lo stato d’animo del difensore e del (ri)conquistatore.

All’estremo opposto sta il prete che non solo prende atto dello sgretolarsi del vecchio mondo cristiano, della vecchia parrocchia, ma anche del fatto che non c’è molto da fare. Accetta serenamente di tenere in piedi quello che si riesce, è attento a quello che capita, resta curioso di un mondo che, però, se ne rende conto con chiarezza, gli sta sfuggendo di mano. Soprattutto, prende atto che non serve far fronte a quello sgretolamento con il tricorno e le vecchie pianete. Qui lo stato d’animo tende al dimesso: nelle migliori delle ipotesi alla serena presa d’atto, nelle peggiori, allo scoraggiamento. Tra reconquista e ritirata non è sempre facile decidere. Spesso, anzi, lo stesso prete è qualche volta militante qualche volta scoraggiato. Dipende dai tempi e dalle situazioni. Più si pensa a questi problemi più ci si rende conto che le due strade, prese così allo stato puro, non portano da nessuna parte. Sia il prete militante sia il prete dimesso sono tanto più militante e tanto più dimesso perché soli. La vera alternativa, allora, non è essere più militanti o più dimessi, ma meno soli. Il prete, o si riconverte alla comunità, pensa e agisce dentro la comunità, o rischia di andare a sbattere contro qualche muro, costruito per difendersi, o rimasto in piedi dopo la ritirata.

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Commenti (5) Regolamento Commenti: Prima di commentare gli utenti sono tenuti a leggere il regolamento del sito. I commenti che verranno ritenuti offensivi o razzisti non verranno pubblicati e saranno cancellati. Accedi per commentare
Fabio Baldelli scrive: 11-08-2017 - 14:11h
Mi permetto di suggerire un'altra "piccola" strada: non è che prima di essere un problema sociale (giustamente importante) è in realtà un problema di fede? A volte, personalmente, vedendo e sentendo e stando con alcuni preti non percepisco in loro la fede, ma sarà solo una percezione mia....
MariaGraziaD
Maria Bettoni scrive: 13-08-2017 - 07:14h
La Chiesa nei secoli ha predicato bene e razzolato male!!!
vincenzo mombrini scrive: 10-08-2017 - 10:24h
Articolo super. La figura del prete non serve piu' a nulla perchè - fuori dall'oscurantismo che la Chiesa ha tenuto la gente fino a una ventina di anni fa - la persona non ha piu' nel sacerdote alcun riferimento perchè ha ormai capito che la Chiesa è schierata con i poveri a parole, ma con i fatti sta con i potenti. Esauritasi la paura dell'inferno come pena eterna, giacchè pensare a qualcosa dopo la morte è da ricovero immediato, le credenze secolari che hanno terrorizzato le popolazioni per secoli si stanno sgretolando. La confessione ad esempio è uno dei sacramenti piu' in crisi. Discorso lungo, ma le Chiese sono vuote.
Fabio Baldelli scrive: 11-08-2017 - 14:17h
Mi piacerebbe che lei giustificasse questo "oscurantismo" accusatorio di cui lei accusa la Chiesa fino a venti anni fa, giudizio frutto dell'arroganza e della presunzione in fatto di conoscenza e moralità di questo mondo e di questa società. Fatto sta che può essere che il prete non serva più a nulla, ma è per me oggettivo che i "potenti" di oggi sono tutti quegli psicologi che sfruttano questa situazione per arricchirsi e per manipolare in molti casi la gente. Perchè, piuttosto di far pagare più di 50 euro un'ora di seduta, se davvero sono interessati al bene dell'uomo e dell'umanità, questi non abbassano un pò le loro poco parche parcelle? Sarebbe davvero encomiabile che lo facessero, ma ne dubito. Quello che dico non toglie il fatto che poi ci siano davvero psicologi che amano e si spendono davvero per il loro lavoro...questa dell'oscurantismo è un modo ideologico di ragionare, fondato su luoghi comuni (ah questi pregiudizi, di cui ci si vuole liberare, ma con i quali si continua a ragionare) e non su un pensiero personale intelligente. Cordiali saluti
don Riccardo Bigoni scrive: 09-08-2017 - 19:39h
Caro mons. Alberto, mentre leggevo il tuo articolo, avvicinandomi alla fine mi chiedevo, con un certo timore : "Tertium non datur?". Poi vedo che le ultime tre righe e mezzo aprono uno spiraglio, ma la terza via credo meriti ben altro approccio e riflessione. Che qualche prete più o meno giovane sia un po' naif, fingendo di essere ancora nell'800 potrà sembrare stucchevole: la storia ci insegna che gli intenti "restaurazionisti" sono cosa di un momento e mai con esiti significativi. Il Vangelo con il suo annuncio, tuttavia, deve mantenere tutta la forza del mettere in discussione la mentalità del "mondo", deve essere segno profetico della presenza di Cristo, che si china con delicatezza sulle ferite dell'uomo, ma per risanarle e guarirle, non per accarezzarle e farle incancrenire. Da prete badilante, sento di chiedere al Signore che i preti (con o senza tricorno) siano orgogliosi di esserlo, capaci di stare con il Signore e di portare, come pecora tra le pecore, il profumo di Cristo.
Alessandro Veneziani scrive: 09-08-2017 - 17:10h
Grazie per questo bell'articolo! Sempre profondo e illuminante leggere questi editoriali.
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