Simbolo di una
società immutabile

Mi è capitato proprio oggi: in una delle solite nostre infinite riunioni accademiche una collega seduta accanto a me, sentendo citare il nome di un professore, mi ha detto: è un po’ di tempo che mi chiedo se quel collega che non vedo mai alle riunioni sia ancora nel nostro dipartimento oppure sia migrato altrove. Mi si è accesa d’improvviso una lampadina e d’istinto le ho risposto, facendola ridere: sarà stato murato vivo in qualche punto delle mura venete, sarà probabilmente lì da anni, come capitò a Fantozzi al lavoro, te lo ricordi?

Pochi minuti dopo, dal mio smartphone, ho appreso che Paolo Villaggio era morto. E ho subito detto alla collega, commentando la notizia: incredibile,no? L’avevo citato qualche attimo fa! Pensa che coincidenza! Ma non è stata una banale coincidenza. E non perché io disponga di poteri sovrannaturali, ma perché le citazioni di Fantozzi fanno parte della nostra vita quotidiana, sorreggono il nostro modo di guardare l’esistenza, di dargli un senso, di sorriderci su. E quindi sono numerose e frequenti. Provate, almeno quelli della mia generazione, ma forse anche i più giovani, a citare un personaggio cinematografico che conosciate meglio, che abbiate, da quando è apparso Fantozzi, evocato di più del ragioniere d’Italia, al quale vi siate o abbiate paragonato qualcuno che conoscevate. E parlo di Fantozzi in generale, non di quello più specifico di singoli film che nessuno si ricorda più nella loro interezza. Ci siamo probabilmente scordati la trama di quelle pellicole è vero, ma le singole scene quelle non ce le possiamo e non ce le potremo dimenticare. Mai. E le citeremo, le citeremo, le citeremo ancora una volta, senza mutare quel sorriso amaro che ci hanno ogni volta ispirato. Rivedere una sequenza di Fantozzi è come ammirare un quadro di un grande classico, ad esempio di un Tiziano: non sai dove l’hai visto la prima volta, se sul libro di storia dell’arte del liceo, in una mostra, in uno dei tanti musei dove sono esposti, su un depliant. Ma lo riconosci subito, ne percepisci la familiarità e la bellezza, avverti la scossa emotiva che ti trasmette.

Fantozzi è datato, ma Fantozzi è anche immortale. Fantozzi è inequivocabilmente un prodotto della civiltà fordista, un figlio degli anni Settanta, di un mondo sociale e professionale fatto di steccati rigidi, di gerarchie inamovibili, di eterni vincenti che godono sadicamente delle violenze che possono commettere sugli eterni perdenti, sui paria, su quelli che non ce la faranno mai, sugli inferiori e gli sconfitti sociali. Credo che Paolo Villaggio si considerasse una persona di sinistra, che si sia dichiarato più volte un comunista, ma il messaggio dei film di Fantozzi è quello disperato e a guardar bene abbastanza reazionario di un mondo immutabile, di una società senza mobilità sociale e senza speranza per i reietti, per la plebaglia impiegatizia condannata ad una vita infernale e sordida, che non può cambiare.

Gli anni Settanta sono lontani, quelle gerarchie un tempo così chiare sono diventate sfumate, sul lavoro ci si dà del tu, col capo si condivide l’open space e ci si veste allo stesso modo. Eppure le distanze economiche e sociali sono rimaste, anzi si sono probabilmente ampliate, divenendo più subdole, meno riconoscibili, più mascherate. La goffaggine tragicomica dei vecchi Fantozzi ha lasciato il campo alla miseria morale di chi scimmiotta e ammira col naso rivolto all’insù, da povero, il mondo dei nababbi e dei potenti invece di cercare di costruirne uno dove tutti vivano meglio. Quanto avremmo bisogno del genio di un Villaggio per comprendere la vita, i tic, le abitudini dei nuovi Fantozzi, dei perdenti del nuovo capitalismo! Ci mancherai Paolo. Anzi ci manchi già.

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