Festa mobile

Quest’anno è festa anche il tre giugno. Venerdì prossimo l’italiano medio che lavora e paga regolarmente le imposte può stappare il prosecco per celebrare il «tax freedom day», il giorno in cui finirà di faticare per lo Stato e comincerà a darsi da fare per se stesso e la famiglia.

Il sospiro di sollievo fa garrire le bandiere da Vipiteno a Lampedusa (si fa per dire) e nell’anno di grazia 2016 arriva quattro giorni prima dell’anno scorso. Un brindisi e via, perché le scadenze restano tali e la pressione fiscale sui contribuenti è sempre micidiale, anche se l’abolizione della Tasi sulla prima casa e alcuni sgravi su capannoni e agricoltura hanno prodotto il piccolo anticipo. Nonostante ciò sono pur sempre più di cinque mesi su dodici quelli lavorati per l’Erario: 154 giorni tutti dedicati a soddisfare la voracità della pubblica amministrazione, un’eternità. Lo ha calcolato come sempre la Cgia di Mestre, formidabile centro studi degli Artigiani, che approfondendo il tema ci fa anche sapere che a fine anno le entrate fiscali diminuiranno - proprio in virtù di quel taglio - di circa cinque miliardi, rendendo ancor più necessaria l’operazione che meno piace a Renzi (e prima di lui a Berlusconi, a Monti, a Letta): la riduzione sostanziale della spesa pubblica per invertire una tendenza nefasta. Non finiremo mai di ripeterlo a costo di annoiare noi stessi, tramortiti dalle nostre stesse parole: lo Statosauro, bestia preistorica che tutto divora, non è mai sazio. E non sono certo le parole rassicuranti del premier a offrirci certezze rispetto a una cura dimagrante sempre troppo timida, sempre troppo approssimativa. Nei tempi e nei modi. Quindi il tre giugno sera leviamo i calici, ma di torno e in fretta. L’anno prossimo potrebbero non servire.

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