Non è stato nessuno

Se rubi una mela ti mettono in prigione, se devasti una città ti assolvono. Si poteva cercare una morale più raffinata, ci si poteva incamminare nel bosco della sociologia, ma nulla sarebbe stato onesto come questa primitiva, urticante constatazione. Succede nel palazzo di Giustizia del capoluogo lombardo, dove i dieci black bloc arrestati dopo il famoso raid anti-Expo del primo maggio 2015 si sfilano lietamente dal processo.

E dove i due capi d’imputazione più pesanti, quello di devastazione e saccheggio, si sciolgono come neve al sole (altra banalità necessaria) davanti al giudice. Qualche patteggiamento e qualche condanna per resistenza a pubblico ufficiale si sono visti (esattamente come s’erano visti teppisti mascherati in azione, auto incendiate, vetrine sfasciate e tutto l’armamentario da guerriglia urbana), ma al processo sono arrivate ricostruzioni sbagliate da parte degli agenti, verbali definiti «poco credibili» e perfino cervellotici reati addebitabili a poliziotti che stavano provando a limitare i danni.

La Waterloo dell’indagine è nei risultati: tre assolti con formula piena, una condanna a tre anni e otto mesi per reati che prevederebbero dagli otto ai quindici e alcune condanne-buffetto traducibili con un «povere stelle». Eppure l’ordinanza di rinvio a giudizio firmata dal gip era solare: «Nelle condotte accertate erano ravvisabili gli estremi dei reati di devastazione di cui all’articolo 419 del codice penale, come appare evidente dall’elenco dei beni mobili trasmesso con nota della Digos del 23 settembre. Dalla visione dei filmati allegati alla richiesta sono stati consumati numerosissimi e sistematici atti di danneggiamento e incendio sia di beni mobili che di beni immobili». Non è stato nessuno. E i black bloc? Erano frati in processione.

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