Simone Moro è diventato una leggenda «Un’impresa nel solco di Bonatti»

Simone Moro è diventato una leggenda
«Un’impresa nel solco di Bonatti»

C’è una storia esemplare nella memoria degli alpinisti e degli appassionati di montagna di tutto il mondo, quella di Walter Bonatti, che lancia la sua sfida all’avventura estrema sulla parete Nord del Cervino, da solo, in inverno. Sul Nanga Parbat in inverno sono anni che ci provano alpinisti di grande capacità.

Erano in molti quest’anno, e determinati. Tomek Mackiewicz, era lì per la sesta volta, la sua compagna di cordata Elisabeth Revol, la migliore himalaista di Francia, per la terza. Parliamo di inverno. A fine gennaio Tomek e Elisabeth dopo aver raggiunto la quota di 6.900 metri hanno rinunciato. Sulla via scelta, alla sinistra della parete Diamir, un itinerario tentato senza successo da Messner nel 2000, si sono ritrovati a fine dicembre anche con Simone Moro e Tamara Lunger. Avevano previsto di pre-acclimatarsi salendo un 7000 «facile» per arrivare al campo base in perfetta forma. Anche il fortissimo Bielecki, polacco e ripetente anche lui sul Nanga con il compagno Czech, ha rinunciato qualche settimana fa, dopo essersi fatto un volo di 80 metri su una fascia di roccia sotto campo 2 a 6.100 metri. Lui era sulla via tracciata da Khinshofer nel 1962, la via «normale» del Nanga , si fa per dire.

Sulla stessa via da fine dicembre avevano iniziato a posizionare campi e corde lo spagnolo Alex Txikon (terza volta al Nanga) , il pakistano Ali Sadpara, che lo scorso anno era sempre lì con Alex e l’italiano Daniele Nardi. L’anno scorso erano arrivati a 7.850 metri di quota prima di rinunciare. Quest’anno Nardi ha tenuto duro fino a due settimane fa, ma prima il volo di Bielecki che era legato a lui e poi un suo volo più o meno nello stesso luogo, lo hanno indotto a lasciare la presa e rientrare in Italia.

Alla fine, un paio di settimane fa , sono rimasti in gioco quattro alpinisti. Simone Moro e Tamara Lunger , che hanno posizionato un paio di campi nella parte bassa della montagna, Alex e Ali che erano arrivati a 6.700 metri a campo 3. A quel punto si sono messi insieme sull’unico itinerario possibile, la via Khinshofer e hanno iniziato a portare un po’ di materiale e attrezzatura sulla via.Freddo , vento, jet stream, neve due settimane di orrore climatico, di attesa tra campo base e campo 1, di congetture e piani puntualmente smentiti del meteo dalla natura del Naga Parbat.Poi, finalmente all’orizzonte, dalle previsioni atmosfere e dall’indeterminatezza delle isobare, è spuntata una finestra di bel tempo, prima incerto, poi gli esperti di meteorologia hanno confermato i quattro giorni di sereno con vento in continuo calo fino alla calma.

La partenza , l’ascesa metodica, la buona determinazione e strategia di Simone, Alex , Ali e Tamara, la convinzione di farcela. L’acclimatamento e perfino la buona salute. Un campo alla volta fino a giovedì sera , quando si è capito che la vetta era a portata di mano.

Ieri l’arrivo in vetta, a 8.126 metri, nel cuore dell’inverno che per quattro giorni ha morso ma non troppo. Un risultato frutto di una gestione alpinistica efficace, una strategia costruita sugli accadimenti, sugli uomini, mettendo insieme le loro forze e le qualità, la capacità di resistere e andare avanti. Un successo frutto dell’esperienza e professionalità soprattutto di Simone Moro, che con quest’impresa corona il sogno di quattro montagne di ottomila metri, in inverno. Un record mondiale.

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rossi Arturo scrive: 27-02-2016 - 14:54h
Bellissima impresa. Splendido Simone moro, insieme a Tamara ed ai loro amici. Altro che atalanta e calciatori vari.