Ghost Recon Wildlands,  open world sulle Ande

Ghost Recon Wildlands,
open world sulle Ande

Ghost Recon Wildlands è un festival di alti e bassi. Un mondo di gioco vasto, graficamente ben realizzato e abbastanza ricco di contenuti viene penalizzato da una struttura di gioco inizialmente varia ma che, a lungo andare, si rivela ripetitiva per via della sua natura ciclica. Ma quello che più manca a questo titolo è il carattere, la personalità, un contesto narrativo forte e vibrante.

Piattaforma: PlayStation 4, Xbox One e PC

Genere: sparatutto tattico

Sviluppatore: Ubisoft Paris

Produttore/Distributore: Ubisoft

PEGI: 18

Dagli “Appennini alle Ande” era il titolo di uno degli struggenti racconti contenuti nel romanzo Cuore di Edmondo de Amicis. In Ghost Recon Wildlands, nuovo capitolo dello sparatutto tattico firmato Ubisoft, il protagonista non è però un ragazzino italiano in cerca della madre ma un agente speciale americano sbarcato in Bolivia per liberare il paese dal cartello della droga messicana, il Cartello di Santa Blanca. Quest’ultimo ha talmente influenzato politicamente ed economicamente il piccolo paese sud americano al punto da trasformarlo in un vero e proprio narco-stato.

Per la prima volta nella storia della serie, Ghost Recon propone una struttura di gioco open world. Dopo esserci persi nella magnificenza dei mondi di Horizon: Zero Dawn e di The Legend of Zelda: Breath of the Wild non è certo facile per il “povero” Ghost Recon Wildlands reggere il confronto. E probabilmente non è nemmeno il suo obiettivo. Eppure, un po’ a sorpresa (dobbiamo ammetterlo), questo open world tattico targato Ubisoft riesce nell’impresa di non sfigurare troppo di fronte alle ultime due esperienze open world appena citate. Ovviamente non siamo di fronte ad un contesto particolarmente affascinante, artisticamente eccelso, ma nel complesso la Bolivia di Wildlands si esplora con piacere, fra missioni secondarie più o meno riuscite, diverse attività da svolgere anche a bordo di vari tipi di mezzi (automobili, mezzi blindati, aeroplani, aerei...), aree da scoprire, inseguimenti, convogli da intercettare, interrogatori, un buon livello grafico e una ricostruzione ambientale piuttosto credibile. Importante anche il ruolo delle forze ribelli a cui sono legate la maggior parte delle quest collaterali, le quali, se completate, sbloccano e potenziano abilità di supporto come richiesta di veicoli corazzati, combattenti che si uniscono alle schermaglie, attacco con mortaio, squadre ribelli per creare diversivi e vedette che marcano i nemici.

È dal punto di vista narrativo però che si sente che manca “qualcosa”. Nonostante i ragazzi di Ubisoft abbiamo messo in piedi un contesto socio-politico credibile, con tanto di una corposa gerarchia narcos, manca il pathos , mancano i personaggi indimenticabili e ben caratterizzati che spingono a proseguire l’avventura. La storia del cartello di Santa Blanca scorre via senza convincere, senza né alti né bassi, non punge mai. Dimenticatevi il Pablo Escobar della serie tv Narcos: Wildlands – purtroppo – è tutta un’altra storia. Una storica dimenticabilissima.

Un po’ come già visto con i racket di Mafia III, per poter arrivare in cima al Cartello e colpire il capo dei capi, ovvero El Sueno, il giocatore dovrà destabilizzare i quattro pilastri del narcotraffico del Cartello di Santa Blanca: sicurezza, produzione, influenza e contrabbando. Per destabilizzare ognuna delle 4 operazioni, e quindi portare allo scoperto il capo che se ne occupa, vanno prima eliminati i tirapiedi, i cosiddetti “buchon”. Prima di farlo vanno però recuperate diverse informazioni utili per riuscire a scovarli. Purtroppo, proprio come in Mafia III, il continuo ripetersi, ciclico e standardizzato, dell’azione “cerca informazioni-elimina capetti-elimina capo” annoia un po’. Fortunatamente a rendere il tutto più vivace rispetto al collega targato 2K Games ci pensa la buona varietà delle missioni e il tatticismo degli scontri, ma vista la lunghezza della campagna, a lungo andare, la noia arriverà comunque. È inevitabile.

Il cuore pulsante dell’esperienza di gioco è però da ricercare anche nella componente tattica (stiamo parlando di uno sparatutto storicamente tattico), e non solo nelle dinamiche open world. Ogni missione prevede infatti un approccio fondamentalmente (e idealmente) strategico, reso possibile grazie ai numerosi gadget e strumenti che il giocatore può sfruttare: un drone per sorvolare l’area e marcare i nemici con la possibilità di ordinare ai compagni di squadra (gestiti da una buona IA o gli amici in co-op) di eliminare determinati bersagli; un binocolo; visore termico o a raggi infrarossi e, ovviamente, moltissime bocche da fuoco, tutte personalizzabili e potenziabili alla bisogna. A tutto ciò si aggiungono le già citate abilità di supporto e un sistema di crescita del personaggio, che rendono le possibilità belliche e strategiche del giocatore ancora più ampie. Il pacchetto contenutistico di Ghost Recon Wildlands è piuttosto ricco, e pur essendo alla sua “prima volta” come open world si percepisce l’esperienza di Ubisoft nel campo (ricordiamo che la società francese ha già prodotto altri open world come Far Cry, Watch Dogs, Assassin’s Creed e The Division). Non dimentichiamo infine che Ghost Recon Wildlands ha anche una modalità cooperativo fino a 4 giocatori che permette di prendere parte a missioni insieme ad altri tre amici online.

Ghost Recon Wildlands è un festival di alti e bassi. Un mondo di gioco vasto, graficamente ben realizzato e abbastanza ricco di contenuti viene penalizzato da una struttura di gioco inizialmente varia ma che, a lungo andare, si rivela ripetitiva per via della sua natura ciclica. Ma quello che più manca a questo titolo è il carattere, la personalità, un contesto narrativo forte e vibrante.

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