Amare la realtà è la vera sfida

Amare la realtà
è la vera sfida

Credere ok, non è poi così difficile - dice Fabrice Hadjadj, 45 anni, brillante saggista francese. Non è impegnativo credere nella rivoluzione socialista, in Nietzsche, qualcuno dopo anni di accaniti studi nichilisti arriva fino al buddismo zen e a Céline, Anche lui ci è passato, confessa, e «con tutto ciò, certamente, credevo molto in me stesso, e soprattutto credevo di non essere un credente».

Poi un giorno si è convertito alla fede cattolica - qui conta poco l’occasione, il modo, del resto già ampiamente raccontato e conosciuto: conta che per lui questa sia stata «la fine del tempo della mia credulità. E l’inizio di una molto profonda - e umiliante - oggettività».

Credere, questa è la tesi del libro, consigliabile in una Quaresima non dimentica dei migliori sapori, oggi non è qualcosa di particolarmente scandaloso. Più scandalosa è la realtà. La concretezza faticosa di quella vita umana in cui tutti siamo gettati, e che comprende in sé «quei duecento milioni di neuroni localizzati nel nostro intestino» di cui nessun neuroscienziato parla mai nelle sue eleganti conferenze.

Hadjadj non va in cerca di «esperienze spirituali» superne, confessa anzi di avere maggiore interesse e stima per la fatica del vivere: «Quanti artisti hanno trovato l’ispirazione perché volevano evitare di passare l’aspirapolvere?» scrive rispolverando il suo umorismo molto ebraico. «Quanti filosofi hanno forgiato potenti teorie sull’Uomo perché volevano evitare di vivere con una donna? Alcuni scrittori hanno prodotto capolavori per paura di dover educare i figli».

Ma la cosa preoccupante, per i nostri schemi mentali, è che Hadjadj si dedica a questa violenta, beffarda decostruzione di tutti i nostri miti religiosi, Vangelo alla mano: «Il Risorto non è uno di questi superuomini. la sua Gloria sposa il quotidiano». A Maddalena - fa notare - la mattina di Pasqua si presenta come un giardiniere, ed è tale il suo carisma, la sua mistica potenza che quella signora neppure lo riconosce. Ricompare poi come un passante, che se ne va per i fatti suoi; non pronuncia «parole esoteriche», chiede piuttosto qualcosa da mangiare.

Ecco allora che quella parola che Hadjadj ha messo brutalmente nel titolo, francamente fastidiosa, «Risurrezione», viene ricondotta (complice il testo greco) a fenomeni fisico-motori più banali come l’alzarsi, il «tirarsi in piedi» diremmo noi, e iniziamo a guardarla in un’aura meno aliena: nessun «superpotere» è in gioco in questa storia che da duemila anni ci tiene avvinti, credenti e atei, piuttosto un imparare a «cogliere l’incredibile nel visibile». Che è già là, sotto i nostri occhi.

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