Roberto Alba
Un noir delicato

«L’estate di Ulisse Mele» (Piemme, pp. 206 - 14,50 euro) è un insolito noir dalla efficace ambientazione sarda questo di Roberto Alba, che si addentra in una oscura e drammatica vicenda familiare filtrata dalla voce narrante del giovanissimo protagonista: Ulisse Mele, un bambino di nove anni, sordomuto.

Sul filo del racconto via via sempre più carico di suspense e vivacizzato da una scrittura che rende in modo naturale e apparentemente istintivo l’ingenuità e lo stupore infantile, una terra aspra, una Sardegna rurale e una casa in cima alla collina fanno da sfondo alla vicenda, in cui tutto il nucleo familiare del bambino è fortemente coinvolto. Ulisse non usa parole sonore, ma segni; Ulisse non ascolta, ma legge le labbra; Ulisse vede e sente più degli altri, perché percepisce - con una sensibilità resa più acuta che mai dal suo limite e dalla sua spiccata intelligenza - cose che nessuno riesce a vedere e a capire. Ma soprattutto Ulisse odia sentirsi definire sordomuto, come se questo fosse un handicap, che lui assolutamente non sente di avere, e non un modo di essere.

Eppure ciò che sta per accadere nella sua famiglia è più grande di lui e più forte della sua ragione, perché investe legami e sentimenti, fino a farli precipitare nel sospetto e nell’orrore. Suo padre, sua madre, il fratello Dede, gli zii venuti a passare le vacanze da loro, i cugini e lui stesso, tutti diventano nel romanzo pedine e insieme attori della prima misteriosa scomparsa, quella di sua sorella sedicenne Roberta, detta Betta. Dopo che la ragazza è andata al mare in compagnia del fidanzato e del fratello Dede, di lei non vi è più traccia: Dede torna a casa da solo. La loro gita è stata fatta di nascosto, contro il volere del padre irritabile e facilmente violento, che non esita ad alzare le mani a ogni tentativo di disubbidienza. Il piccolo Ulisse li ha visti partire all’alba, fratello e sorella, e ha perfino tentato di unirsi a loro: un segreto che dopo la tragedia si fa pesante per lui e si intreccia con molte altre scoperte che mette a fuoco via via, durante le ricerche affannose di Betta.

La vita della sua famiglia è sconvolta, e mentre i grandi cercano di dare una risposta a ciò che è accaduto e i sospetti si spostano e si addensano sui vari personaggi del romanzo - i vicini, i familiari, lo stesso fidanzato di Betta - ecco che una seconda scomparsa fa precipitare la vicenda dentro la sua verità. E la scoperta di quella verità è per Ulisse la consapevolezza che diventare grandi significa “avere paura di crescere ancora”. Una metafora, forse, che va oltre la storia narrata da questo bel romanzo di formazione, avvincente come un thriller, ma delicato e insinuante.

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