Ortoressia, l’attenzione al cibo
che diventa un’ossessione

Si comincia con il prestare attenzione a ciò che si mangia e se ne diventa ossessionati. Ecco come curarsi.

Negli ultimi anni, l’attenzione generalizzata a tutto ciò che riguarda il cibo, dai talent culinari ai talk show, ai blog, ha favorito il diffondersi di una più sostanziosa cultura alimentare. Ma c’è anche il risvolto della medaglia: si comincia con il prestare attenzione a ciò che si mangia e se ne diventa ossessionati. Parliamo dell’ ortoressia (dal greco orthos, «corretto», e orexis, «appetito»), una nuova forma di disturbo del comportamento alimentare.

«Non si tratta di essere informati o attenti sulla scelta di cosa mettere in tavola - spiega Barbara Mingardi, psicoterapeuta di Humanitas Gavazzeni -. ma di una diffidenza eccessiva verso tutto ciò che si mangia, con l’idea che una mancanza di controllo sui cibi che si ingeriscono potrebbe danneggiare la propria salute. La persona che soffre di questo disturbo è molto attenta a cosa mangia ma, anche, alla provenienza del cibo che sceglie, al metodo di coltura o allevamento, così come al metodo di preparazione e cottura. Il cibo può diventare la preoccupazione principale della giornata e può sfociare nel patologico quando intacca le relazioni sociali e affettive; quando, ad esempio, non si riesce più ad accettare un invito a cena perché non ci si fida di cosa si potrà mangiare».

Questo non significa però che chi è attento alla dieta sia «malato». «Quando il rapporto con il cibo diventa patologico - precisa la dottoressa Mingardi -, alla base si ritrova sempre una situazione di disagio o di fragilità personale che ha come manifestazione sintomatica, appunto, il rapporto con il cibo. Nel caso dell’ortoressia, possono svilupparsi atteggiamenti di controllo ossessivo relativamente alla qualità del cibo ingerito, così come paure ipocondriache verso le malattie che un cibo non selezionato potrebbe generare». L’ortoressia è un disturbo sempre più diffuso: tra quanti soffrono di disturbi alimentari in Italia, circa 3 milioni, ne sono affette circa 500 mila persone, uomini e donne. «Così come gli altri disturbi alimentari - continua Barbara Mingardi - anche l’ortoressia è considerata un disagio psicosociale. L’approccio di cura deve pertanto tenere conto sia della storia e dei vissuti personali del soggetto, sia della sua rete familiare e del contesto in cui vive ed è cresciuto». Il percorso di cura deve quindi essere multidisciplinare e vede coinvolti psicoterapeuta, dietologo o dietista e, eventualmente, altri medici specialisti il cui intervento è necessario in caso di manifestazioni somatiche, squilibri elettrolitici, fragilità ossea e atrofie muscolari legate a restrizioni sempre più selettive.

«Inoltre – conclude Barbara Mingardi - in un’epoca in cui molte informazioni vengono veicolate da internet, il pericolo è anche che alcune convinzioni alimentari siano legate a notizie pubblicate sulla rete o sui social, sulla base di passaparola o notizie lette su blog o forum, e che non siano pertanto sostenute da un reale approfondimento o da studi medico-scientifici».

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