Dalla scuola alla famiglia L’Italia che non cresce

Dalla scuola alla famiglia
L’Italia che non cresce

La scuola italiana ha la necessità di disporre di insegnanti più preparati e pagati meglio. Dovrebbero non solo essere retribuiti in modo più adeguato, ma anche essere gratificati da una possibile progressione di carriera, basata su riscontri dell’impegno profuso nella professione. L’insegnante bravo e lo scansafatiche, invece, sono accomunati dallo stesso, magro, destino. I docenti, inoltre, sono sempre più caricati da procedure burocratiche, invece di potersi concentrare sul loro vero compito: insegnare.

Un Paese che voglia investire sul proprio futuro dovrebbe porre al primo posto la valorizzazione della scuola e la tutela della famiglia. Proprio i due ambiti dove, invece, l’Italia è sempre in ritardo e in coda alle classifiche. Troppi studenti arrivano all’Università che non sanno ancora né parlare né scrivere correttamente in italiano, mentre restiamo gli ultimi in Europa per numero di laureati. La scuola e la famiglia vivono crisi profonde, che la politica non si è ancora decisa a fronteggiare efficacemente. È vero che in tutta Europa nascono sempre meno bambini: dai quasi 8 milioni di neonati nel 1964 si è passati ai 5 milioni del 2015 (dati Eurostat). L’Italia, però, è il fanalino di coda, con 8 nati su mille abitanti, contro una media europea di 10 per mille. Anche riguardo al numero medio di figli per donna in età fertile, l’Italia è in fondo alla classifica: raggiunge, infatti, la quota di 1,35, superando solo due altri Paesi latini, la Spagna e il Portogallo, fermi a 1,33 e 1,31, mentre l’Unione europea registra una media di 1,58.

Il bonus bebè, intanto, secondo la nuova legge di Bilancio, è rimasto a 80 euro al mese (160 per le famiglie più povere) nel 2018, ma si abbassa a 40 euro mensili dal 2019: si accorcia anche la durata, perché l’assegno spetterà solo fino al compimento di un anno di età del bambino e non più fino ai tre. A parità di salario, il carico economico per una famiglia con figli è ben diverso da chi non ne ha: il fisco non ne tiene conto, finendo con il favorire i nuclei senza prole e i «single». In Europa, invece, ci sono Paesi, dove un tempo nascevano meno bambini che in Italia, che da decenni sono riusciti a invertire la rotta, investendo in politiche a favore delle famiglie con figli.

L’Italia è attesa, nel contempo, da una crescita costante del numero di anziani, che raggiungerà l’apice quando arriveranno all’età della pensione tutte le classi dei nati negli anni, fino al 1964, del «baby boom». Nel 1950 gli over 50 erano 500 mila, già oggi sono 4 milioni, mentre nel 2050 saranno più che raddoppiati. Secondo le proiezioni demografiche, avremo 1,4 milioni in meno di under 25 e, contemporaneamente, 4,2 milioni in meno di adulti in età lavorativa tra i 24 e i 54 anni. Chi garantirà le pensioni ai sempre più numerosi anziani, se diminuiranno i giovani lavoratori?

In Italia continuiamo a consolarci con la formula retorica che il Paese offrirebbe il meglio di sé quando tocca il fondo, dimostrando sempre, nei momenti peggiori, vigorose capacità di ripresa: da Caporetto a Vittorio Veneto, dall’8 Settembre al 25 Aprile. Insomma, confidiamo ancora nello Stellone, quando, invece, sarebbe ora di cominciare, finalmente, a pianificare il futuro del Paese, destinato, altrimenti, a un inevitabile declino demografico, formativo ed economico. Anche perché, intanto, le imprese straniere, in particolare quelle francesi, proseguono le loro acquisizioni in Italia, dalla scalata di Telecom all’incetta di marchi, come se il Paese fosse un supermercato sempre aperto per lo shopping.

Persino nel calcio, che era rimasto una delle poche eccellenze del Belpaese, insieme alla moda e al cibo, non valiamo più niente. Siamo fuori dai mondiali, come non accadeva da sessant’anni. È un segnale evidente della carenza di investimenti, anche in quell’ambito, sui giovani italiani, con un danno non solo d’immagine, ma anche economico. Non interessa, affatto, quello subito dagli strapagati protagonisti del mondo del pallone, che di tutto hanno bisogno fuorché di altri soldi. Le agenzie di viaggio, per esempio, hanno perso una possibile nuova occasione di offerte estive per la Russia. Nemmeno il calcio ci consola più.

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