Nel dopo Sanremo, i Marlene Kuntz sono in tournée, e pensano ad un disco che verrà all'indomani di «Canzoni per un figlio», album raccolta di pezzi risuonati e ricondotti alla logica del brano presentato all'Ariston. Cristiano Godano, Riccardo Tesio e Luca Bergia sono di nuovo «on the road», ma il leader giovedì lascia per una sera la band per partecipare alla rassegna «Mangiastorie», simposio d'autore organizzato all'Osteria GiGianca di Bergamo, in Via Broseta, al civico 113.
«Prima di Sanremo avevamo già elaborato una quindicina di spunti minimi, poi ci siamo bloccati. Sono tutti lì. Cominceremo a pensarci finita la prima parte del tour che è iniziato da poco». Per i Marlene il Festival (nel video) è stato un passaggio particolare. Loro fanno un rock intellettuale, attraversato da lame di poesia. Godano, del resto, ama scrivere ed è un lettore accanito. A Sanremo il sodalizio con Patti Smith è risultato forte ed appropriato anche per le caratteristiche del gruppo ed il carisma stesso dell'allampanato cantante.
«Saremmo stati degli sciocchi ad andare a proporre in quel contesto qualcosa che non ci rappresentasse. Con otto dischi abbiamo le spalle grosse. Ci interessava sfruttare l'occasione promozionale e abbiamo portato un pezzo che appartiene a quella porzione di repertorio più vicino alla canzone. Qualcosa che resta comunque nelle nostre corde. Pezzi che ci competono. Non ci interessava andar lì con qualcosa di arrabbiato e pieno di distorsioni, non abbiamo nulla da dimostrare a nessuno. Tanto chi ci critica lo fa lo stesso. Abbiamo portato all'Ariston un pezzo che potessero apprezzare anche quelli che non conoscono tutta la storia dei Marlene Kuntz, ma son pezzi che facciamo abitualmente a prescindere da Sanremo».
Il rapporto della band con il pubblico è stato spesso sofferto, più dalla gente che dai Marlene, per la verità. E vien da domandarsi come i fan della prima ora abbiano preso la scelta di andare in Riviera, tra pensionati, fiori e giovani «amici» che sembrano vecchi come il cucco.
«In verità non ci sono stati troppi problemi. È da quando è uscito Che cosa vedi, con Skin, che è iniziata la litania. Per qualcuno ogni disco nuovo diventa l'inizio della fine dei Marlene Kuntz. Siamo morti con Che cosa vedi, con Senza peso, Bianco sporco, Uno e Ricoveri virtuali. Chi ci ha ucciso non si è ricreduto. Stavolta il pezzo di Sanremo non ha dato modo a molti di discutere. Del resto qualcuno ha scritto che Canzone per un figlio è un pezzo che piacerebbe ai Giant Sand. E questo mi piace, anche se non ho un riferimento in quel gruppo».
L'ultima raccolta di canzoni riporta certi classici del gruppo ad una dimensione altra. «Non erano cattive canzoni, altre cattiverie non le abbiamo inserite nell'album perché non avrebbero avuto adeguato contesto, né motivazioni artistica». Tutti i dischi dei Marlene pongono la questione sul rock: la musica nasce come sorta di movimento pelvico, poi sugli accordi si stratificano contenuti, versi di poesia urbana. Si passa con disinvoltura da Elvis a Lou Reed, dalla scossa al pensiero.
«Credo sia una questione di indole: scrivo testi, amo la letteratura, ne sono influenzato e molto si ripercuote su quel che mi passa per la testa. Per alcuni nel rock è più importante l'aspetto fisico, per me le parole contano».
Ugo Bacci