À LA GUERRE COMME À LA GUERRE

À LA GUERRE COMME À LA GUERRE

Lorenzo Pacini - Una mostra a cura di Simona Bartolena e Armando Fettolini.

 

Ironico, irriverente, provocatorio ma mai senza motivo, spudoratamente e spietatamente giocoso, capace con le sue opere di sollecitare dubbi e ragionamenti, di sollevare riflessioni, di denunciare verità (anche quelle che preferiremmo rimuovere): Lorenzo Pacini è ospite dello Spazio heart con una mostra che ben rappresenta la sua eterogena e inquieta produzione, svolta nella più totale libertà creativa, seguendo il filo dei pensieri, figlia di uno spirito critico (e autocritico) tanto caustico quanto visionario.Una mostra irregolare, senza confini, che racconta tutte le stoltezze, le assurdità e i mali a cui l’umanità si è abituata, accettando anche l’inaccettabile.

Un’esposizione che certo saprà far discutere ma anche far riflettere) il pubblico sempre attento dello Spazio heart.

 

Quello che manca. Quello che non c’è più. Quello che c’era. Quello che resta. Nulla sfugge all’occhio (e al cervello) di Lorenzo Pacini. Nulla resta immune al suo impietoso senso critico (e autocritico), a quel finto cinismo dietro al quale si trincerano tutte le sue umanissime preoccupazioni, i suoi dubbi, i suoi accorati (direi disperati e disperanti) appelli alla società tutta. E la domanda è una sola: ma dove stiamo andando? À la guerre comme à la guerre, dicono i francesi. Avanti signori: senza preoccupazioni. Ogni situazione va accettata per quella che... E nei momenti di crisi, poi, non ne parliamo! Il fine giustifica i mezzi. Si fa di necessità virtù e tutto è lecito. Ne siamo quasi convinti, a volte. Tutti: anche chi è più attento, anche chi fa caso alle cose che non vanno… Tutti ogni tanto ci caschiamo e tolleriamo, scendiamo a patti, accettiamo consenzienti anche ciò che accettare non si può, crediamo anche all’assurdo, novelli Pinocchi nella trappola del Gatto e la Volpe, Vispe Terese a caccia di farfalle, e magari – anche solo per un attimo, anche con un pensiero fuggevole – pensiamo che tutto sommato si potrebbe provare ad annaffiare la pianta delle monete d’oro, che poi chissà.… in fondo mai dire mai. Ogni tanto qualche scossa può fare bene, dunque, e anche a questo serve l’arte di Lorenzo Pacini, classe 1970 e un percorso sempre calibrato e credibile, che è uscito e entrato dalla pittura, dalla scultura, dall’installazione senza sosta e senza limiti, giocando con le tecniche, gli stili, i linguaggi, con una sola e coerente intenzione: far pensare. Pregiudizi, banalità del quotidiano, inganni, sperequazioni sociali, eccessi, bugie: i crimini e i peccati veniali dell’umanità sono tutti lì, messi alla berlina da opere che sono innanzi tutto immagini, immagini di una forza straordinaria, capaci di innescare meccanismi di reazione assai complessi, che traggono linfa dalle nostre consuetudini culturali, dal nostro passato, dalla storia passata e recente. Pacini usa l’immagine (resa opera d’arte con medium e tecniche diverse, secondo le necessità dei singoli casi) per svegliare le nostre coscienze e soprattutto direi, per scuotere le nostre intelligenze, sollecitandoci a ragionare, punzecchiandoci là dove fa più male. Ma Pacini non è né giudice né censore. Non c’è severità nel suo sguardo, né tanto meno rabbia. C’è piuttosto l’irriverenza di un bambino un po’ monello ma simpatico. C’è un’affilata ironia. Spesso in questa carica di sarcasmo percepiamo una velata malinconia, una sorta di trattenuto e scoraggiato pietismo per questa società allo sbando, che gioca alla guerra, che annega la religione in uno strato di sconfortante apparenza, che confonde il campionato di calcio con la vita, che ama tracciare i confini, che crede nell’esistenza di uomini di prima e seconda classe, senza meditare sul fatto che la giostra gira per tutti e per tutti la fine è la stessa. (dal testo di Simona Bartolena, in catalogo)