FOTOGRAFICA '16: LA PRIMA AURORA DI SIMONE CERIO

FOTOGRAFICA '16: LA PRIMA AURORA DI SIMONE CERIO

«Fotografica '16 - Oltreconfine», il festival della fotografia di Bergamo: all'ex carcere di Sant'Agata una mostra. 

 

Dal 4 al 30 novembre, le immagini danno voce a chi non ha voce con “Fotografica. Festival di Fotografi a Bergamo”, la prima rassegna fotografica ospitata dalla città.

Fotografi di levatura internazionale come Alessandro Penso, Giovanni Diffidenti, Fabrizio Villa, Simone Cerio e Monika Bulaj prendono parte al Festival, intervenendo in incontri, visite guidate, dibattiti ed esposizioni.

Ospitate nello splendido Palazzo della Ragione e negli ambienti suggestivi dell’ex carcere di Sant’Agata, le mostre fotografiche raccontano in modo semplice e diretto un mondo, quello dei migranti, che è anche il nostro.

Un racconto visivo e una presa di coscienza per parlare di migranti, vicini e lontani, dei loro viaggi “OltreConfine”, tema dell’edizione 2016, puntando l’obiettivo sulla linea sottile che divide la disperazione dalla speranza, la fuga da guerre e carestie dal sogno di una vita nuova.

Il Festival è organizzato con la collaborazione e il patrocinio del Comune di Bergamo, il patrocinio della Provincia, della Regione, e il supporto di Cesvi, Caritas, Comunità Ruah ed Emergency.

Dal 4 al 13 novembre L'Ex carcere di Sant'Agata ospita la mostra «La prima aurora» di Simone Cerio. 

Nato a Pescara nel 1983, Simone Cerio è un reporter specializzato in fotogiornalismo e linguaggi multimediali. Nel corso degli anni produce molti lavori documentaristici viaggiando in Russia, Albania, Grecia, Ungheria, Serbia, Polonia.

Nel 2014 è in Afghanistan con Emergency e il suo lavoro - When the others go away - viene esposto in tutta Italia. Il progetto La prima Aurora racconta la storia dei migranti arrivati sulle coste italiane che Simone Cerio ha incontrato nei luoghi di prima accoglienza dove è impegnata Emergency. Ne è nato un ritratto corale da cui emergono racconti e oggetti legati al loro viaggio. Questi oggetti, per lo più trovati nel luogo di transito, diventano simboli della dignità quotidiana che i migranti tentano di recuperare, una volta accettata la separazione dalla propria terra.