«A Tokyo per combattere la febbre del pachinko»

«A Tokyo per combattere
la febbre del pachinko»

Uno dei tanti giovani «cervelli» italiani che si sono trasferiti all’estero. In questo caso, all’altro capo del mondo. Tommaso Barbetta è figlio di Pietro, docente di Teorie Psicodinamiche Università di Bergamo, e direttore del Centro Milanese di Terapia della Famiglia. Da 6 anni vive e lavora felicemente in Giappone, dove sta seguendo un dottorato in Scienze sociali all’Università Todai di Tokyo; parla fluentemente il giapponese e l’inglese, conosce il coreano e si occupa di gioco d’azzardo patologico (pachinko) e altri problemi della società giapponese.

Tommaso, come nasce l’idea di trasferirsi in Giappone? «L’idea di vivere in Giappone credo di averla fin da quando studiavo al liceo. Al tempo si trattava solamente di un progetto vago, uno di quei pensieri che si fanno da ragazzi quando ci si immagina il proprio futuro prima di addormentarsi. Il Giappone in cui avrei voluto vivere era un luogo idealizzato. Quello che avevo visto nei film di Miyazaki, nei manga di Inio Asano, nella letteratura di Haruki Murakami. Ero convinto che fosse un paese stupendo, dove avrei trovato tutto quello che non c’era in Italia. D’altra parte, la mia è una generazione cresciuta guardando cartoni animati giapponesi trasmessi in televisione alle 4 di pomeriggio. Una generazione che si scambiava le carte dei Pokemon in classe e giocava a videogiochi sviluppati da software houses giapponesi. L’associazione gioco/svago/divertimento=Giappone era e rimane molto forte in chi è cresciuto negli anni ’90».

Come si passa dalle «reveries» giovanili al trasferimento in carne e ossa? «Se non ci fosse stata la crisi nel 2008, un anno prima del mio ingresso in università, probabilmente avrei scelto un’altra strada. Mi sarebbe piaciuto studiare cinema, ma in quel periodo il nostro paese stava affondando sia economicamente che in termini di produzione culturale. È stato questo che mi ha spinto a studiare la lingua giapponese a Venezia».

Come sono state le prime fasi di adattamento? «La prima esperienza di studio in Giappone l’ho passata in un’università alla periferia di Osaka, in una zona dove vivono pochi stranieri. All’inizio ho sofferto abbastanza il fatto di essere visto come “diverso”. Non parlavo ancora abbastanza fluentemente la lingua e venivo immediatamente etichettato come straniero. Da bianco, vissuto e cresciuto in una società composta per la maggioranza da bianchi, la sensazione di essere parte di una minoranza è stata disorientante. Tuttavia, credo che proprio questa sensazione mi abbia aiutato molto nel riflettere sulla mia identità etnica, qualcosa che Italia ho sempre dato per scontato».

Che differenze ha trovato fra la società giapponese e quella italiana? «In Giappone, come del resto in Italia, ogni città è diversa. So che per molti potrebbe sembrare una provocazione, ma, in quanto a stile di vita, Tokyo e Milano sono più simili tra di loro che non Milano e un paesino delle nostre valli. Per questo motivo trovo sia molto più facile paragonare due città che non due società. Quella giapponese è estremamente eterogenea. Una differenza che ho trovato rispetto a Bergamo è che qui a Tokyo i ragazzi della mia età tendono a essere più indaffarati, a lavorare più a lungo, e a guadagnare di più. Qui per molti il tempo è danaro, è un capitale che bisogna investire in maniera attenta e che non va assolutamente sprecato. Però questo non è “il Giappone”, questo è il capitalismo delle grandi metropoli globali».

Pensa di fermarsi definitivamente? Avrebbe voglia di tornare in Italia? «Non escludo di rimanere in Giappone a lungo. Mi piace la vita di Tokyo. Ammetto però che mi mancano la mia famiglia e i miei amici italiani. Mi rattrista l’idea di poter vedere molte delle persone a cui tengo per una o al massimo due volte all’anno. Dal mio punto vista però più che l’idea di tornare nello specifico in Italia, ciò che mi attrae è l’idea di tornare in Europa. Parlo di città come Berlino, Parigi, Londra, oltre che la stessa Milano».

In cosa la realtà giapponese non corrisponde alla rappresentazione che ne danno i media italiani? «Ho l’impressione che ci si accontenti troppo spesso di una descrizione orientalizzata di quello che avviene in Giappone. Il Giappone viene narrato come l’altro, il “diverso”. Il Giappone iper-tradizionale o quello iper-moderno. Vivendoci non ho né l’impressione che sia un paese particolarmente tradizionalista, né tantomeno un luogo distopico dove la gente lavora come robot e i suicidi impazzano. Mi sembra che ci sia una grande influenza culturale degli Stati Uniti e in particolare della West Coast. Quello che mi sorprende della rappresentazione del Giappone da parte dei media italiani è come troppo spesso ci si dimentichi del fatto che il paese sia in primo luogo un enorme produttore e esportatore di prodotti culturali. Tra gli anni ’90 e gli anni 2000 l’Italia è stata invasa da videogiochi, cartoni e film d’animazione giapponesi, dei generi e target più disparati. Molte di quelle che vengono descritte come “stranezze” del Giappone non sono che il risultato di un’enorme industria culturale, giunta anche in Italia».

Principali pregi e difetti, agli occhi di un italiano, della società e cultura giapponese? «Direi che vi è ancora una grande disparità tra uomini e donne. Troppo grande, per gli standard europei».

Essere più vicini ai bergamaschi che vivono all’estero e raccogliere le loro esperienze in giro per il mondo: è per questo che è nato il progetto «Bergamo senza confini» promosso da «L’Eco di Bergamo» in collaborazione con la Fondazione della comunità bergamasca onlus. Per chi lo desidera è possibile ricevere gratuitamente per un anno l’edizione digitale del giornale e raccontare la propria storia. Per aderire scrivete a: bergamosenzaconfini@ecodibergamo.it.


Approfondisci di più l’argomento acquistando a 0.99 euro la copia digitale de L’Eco di Bergamo del 16 settembre 2018

© RIPRODUZIONE RISERVATA