Mezzo chilo di «coca» in casa
6 anni alla dipendente del museo

Sentenza a tempo di record per la dipendente del museo di Scienze naturali «Caffi» che il 29 dicembre era stata arrestata con circa mezzo chilo di cocaina. Lunedì il giudice monocratico Donatella Nava ha condannato la donna, residente a Gorle, a sei anni di carcere, uno in più di quanto chiesto dal pm Lucia Trigilio. La condanna è giunta al termine di un processo con rito abbreviato e dunque con uno sconto di tre anni (un terzo della pena). Alla quarantanovenne è stata inoltre inflitta una multa di 20 mila euro.

Ieri la donna ha lasciato il carcere di via Gleno dov’era rinchiusa per finire agli arresti domiciliari, come disposto dal giudice. A pesare sulla determinazione della pena è stata la discreta quantità di sostanza stupefacente sequestrata e il comportamento tenuto dalla donna, che già al gip, in sede di convalida dell’arresto, aveva raccontato di aver tenuto la droga in casa sua senza spacciarla, solo in custodia per conto di altre persone, il cui nome non ha voluto rivelare.

Ad arrestare la dipendente del museo di Città Alta (risultato totalmente estraneo alla vicenda) erano stati i carabinieri del nucleo operativo radiomobile di Zogno, che grazie all’imbeccata di una fonte confidenziale erano giunti all’appartamento della donna a Gorle. Qui i militari avevano sequestrato circa mezzo chilo di cocaina già mescolata con sostanza da taglio. In particolare c’erano quattro panetti da un etto circa ciascuno, uno da 50 grammi e undici bustine da circa cinque grammi ognuna.

Oltre alla cocaina erano stati trovati anche minime quantità di hashish e marijuana, un bilancino di precisione, un migliaio di euro e tre telefonini. A casa sua i carabinieri avevano bussato intorno alle 21 del 29 dicembre, periodo in cui la donna era assente dal lavoro a causa di un infortunio. La donna al Museo Caffi lavorava da alcuni anni e sul posto di lavoro ha sempre mantenuto un comportamento irreprensibile. Sono state le voci raccolte dai carabinieri di Zogno a portare a lei, fino a quel momento insospettabile.

Nascosta nel suo appartamento c’era tutta quella droga che la donna ha detto di detenere in custodia senza averla mai spacciata. Per conto di chi la custodisse, la quarantanovenne non ha però mai voluto rivelarlo. Ed è anche in virtù di questo comportamento processuale che la pena è stata piuttosto severa.

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