Piano venatorio, la Provincia:
«Cinque mesi per cambiare»

Dopo l'annullamento del piano faunistico venatorio provinciale da parte del Tar, la Provincia corre ai ripari. L'assessore provinciale alla Caccia, Alessandro Cottini, mercoledì mattina ha avuto un incontro con i legali di via Tasso per prendere in esame il provvedimento del Tar e valutarne le conseguenze.

«La questione è complessa - spiega l'assessore - come faccio a tutelare la fauna, se tutte le regole sono state annullate? Ho posto queste domande ai legali della Provincia, ora bisognerà approfondire i documenti e capire come muoverci. Risposte affrettate, in questa fase, non ne possiamo proprio dare – continua Cottini –. Certamente mi preoccupa l'azzeramento totale della norma, sarebbe stato preferibile aprire una discussione su singoli articoli».

«La sentenza, arrivata ad aprile, ci offre per lo meno un margine di alcuni mesi rispetto all'apertura, prevista per fine settembre, della stagione venatoria», riflette Giancarlo Bosio, dirigente del settore Caccia di via Tasso.

La bocciatura del piano venatorio segna una tappa decisiva in un percorso che, da dieci anni a questa parte, è stato decisamente travagliato, e che non poche volte ha incrociato le aule dei tribunali. Per spiegare le ragioni del ricorso (e della bocciatura) il Wwf orobico ha indetto mercoledì una conferenza stampa.

«Il punto più importante, tra le motivazioni della sentenza del Tar, è certamente quello che riguarda il calcolo delle porzioni di territorio destinate alla protezione della fauna selvatica» ha spiegato Enzo Mauri, direttore della riserva naturale di Valpredina. La legge 157 del '92 stabilisce che una quota (dal 10 al 30%, a seconda delle zone) del territorio agro-silvo-pastorale di ogni regione debba essere destinata a proteggere gli animali selvatici, vietando la caccia e agevolando la sosta e la riproduzione della fauna.

«In questa quota il piano provinciale inseriva anche zone dove è vietato cacciare perchè in prossimità di case, strade o linee ferroviarie – spiega Mauri –. È vero che si tratta di aree dove non si esercita l'attività venatoria, ma questo non vuol certo dire che rappresentino un buon rifugio per la riproduzione e la cura della prole. Quindi, secondo noi, non possono essere considerate "protette". E il Tar ci ha dato ragione».

Il tribunale amministrativo di Brescia bacchetta anche la mancanza di una mappatura dettagliata dei capanni. «Certamente da qui a settembre c'è tutta la possibilità di riformulare i punti critici – aggiunge Mauri –. Noi siamo disponibili a dare il nostro contributo».

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