I prof studiati dall'Università
Un po' padri un po' psicologi

Un po' padri, un po' docenti. È questo il profilo degli insegnanti della scuola bergamasca consegnato dal Centro di ricerca interdisciplinare di scienze umane, della salute e della malattia dell'Università di Bergamo che sta realizzando una ricerca qualitativa sull'istruzione orobica.

I bulletti che prendono in giro il compagno extracomunitario. Poi la prof s'inventa di farlo esprimere con un power point sul Senegal: lui parla della sua mamma lontana, di quanto gli manca, e i bulletti si commuovono. Un'insegnante si trova un padre con le braccia al collo che le chiede disperatamente aiuto perché sua figlia adolescente è anoressica e non sa che fare. C'è qualche docente che addirittura, per un brutto voto, si vede serenamente il suo studente aprire la finestra e calarsi come un freeclimber lungo la parete dell'edificio scuolastico. Praticamente perdendo un anno di vita in un istante prima di scoprire che è un esperto di parkour (una nuova tecnica di arrampicata) e che gli ha giocato un gran brutto scherzo. Piccoli episodi di vita quotidiana della scuola bergamasca, quasi un diario privato dei prof, quello consegnato agli esperti del Crisusm, il Centro di ricerca interdisciplinare di scienze umane, della salute e della malattia dell'Università degli studi di Bergamo che sta realizzando una ricerca qualitativa sulla scuola bergamasca.

Una fotografia, quella che emerge da una prima anticipazione dello studio accademico ancora in corso, di una scuola che difficilmente si racconta nelle cronache di un giornale. In cui gli insegnanti non si scoprono solo nell'immagine un po' rancorosa e disillusa consegnata nelle proteste per le varie riforme e i tagli alla scuola («la scuola di oggi è più ricca del passato, ma più screditata») ma piuttosto in un ruolo di padri e madri nei confronti dei loro studenti, di psicologi per le famiglie disorientate dai figli adolescenti, di blogger per stare al passo con i nuovi mezzi espressivi dei ragazzi e di sentinelle inviate in avanscoperta delle piccole e grandi rivoluzioni che di lì a poco dai banchi di scuola travolgeranno tutta la società. Si scoprono in tutta la loro creatività messa alla prova giorno per giorno per spiegare Seneca e legarlo al caso di Avetrana e alla vita di tutti i giorni, nell'usare un power point per superare le barriere linguistiche degli studenti stranieri, a fare lezione di musica e suonare il tamburo per abbattere le differenze tra un ragazzino disabile e i suoi compagni.

Insomma si raccontano in una scuola un po' complicata ma bella: è questo il dono che il provveditore Luigi Roffia ha voluto consegnare ai suoi docenti, congedandosi dal ruolo di dirigente dell'Ufficio scolastico provinciale. La ricerca del Crisusm, coordinata da Ivo Lizzola, preside della facoltà di Scienze della formazione, Stefano Tomelleri, sociologo, e realizzata da Alberto Ghidini e Marco Ubbiali, ha raccolto in una serie di focus group, le testimonianze di 49 docenti di 21 istituti superiori bergamaschi e 16 dirigenti di istituti comprensivi di Bergamo e provincia. «Noi rischiamo di dare a volte loro delle pizze quando non sono ancora pronti e poi arrivano in quinta che non ne possono più della scuola» racconta un'insegnante che, come altri, sente tutta la difficoltà per esempio di unire le materie, il programma scolastico, alla vita di tutti i giorni dei suoi studenti, a far quadrare Seneca con quello che si sente in tv sul giallo di Avetrana, a trovare un lessico comune tra gli studenti «smanettoni» e i suoi grafici alla lavagna, magari inventandosi un sito internet in cui gli studenti «postano» i loro interventi sulla biologia.

Per saperne di più leggi L'Eco di Bergamo del 30 marzo

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