Giovedì 19 Gennaio 2012

«In groppa per mostrarmi i suoi monti»
Toccante racconto di due amici di Mario

Ricordi speciali. Di Mario bambino e di Mario adulto. Sempre disponibile e con il cuore grande. Cuore grande e faccia pulita. Così due amici ricordano Mario Merelli. Il suo essere genuino e semplice, cordiale e mai sopra le righe: semplicemente se stesso.

«Conosco Mario da una quarantina d'anni - racconta Flavio Vallaguzza, milanese di Pozzo d'Adda -. Da bambino con la mia famiglia alloggiavo all'hotel Camoscio di proprietà dei Merelli. Nelle mie vacanze montane spesso e volentieri Mario ed io giocavamo insieme. Suo padre Patrizio mi ha insegnato a sciare: Mario veniva con noi sulle piste, ma lui era già molto esperto: per lui gli sci erano il naturale prosieguo dei piedi, anche da bambino».

Mario aveva 7 anni, Flavio ne aveva 5 e in quei giorni di vacanza la coppia ne combinava di tutti i colori: «Eravamo indivisibili - continua a raccontare Flavio -, e Mario fin da bambino era la semplicità fatta persona: amava la montagna, la neve; amava stare all'aria aperta ed era proprio un bambino buono, disponibile, spensierato ma sempre riconoscente nei confronti della sua famiglia e soprattutto molto rispettoso verso il papà che adorava. Non è mai stato di molte parole - ricorda -, ma per la sua famiglia aveva sempre parole d'affetto e di gratitudine».

Flavio ricorda i giochi, le sciate insieme, e «quella volta - sorride - che abbiamo scavato una buca e ci siamo sotterrati. Era una prova di soccorso per il suo cane Bari. Il papà Patrizio era soccorritore alpino e stava addestrando il suo cane, poi pluripremiato». Che risate quella volta e impossibile non ricordare la vicenda quando, poi da grandi, ci si rivede per le vie di Lizzola. «Non ho mai "abbandonato" il paese - continua -. Pur essendo "milanese ciucianebbia" come mi diceva sempre Mario, ho una casa che frequento spessissimo. E pensare che Mario l'ho incontrato l'ultima volta a Ferragosto. Con suo fratello Dino stava andando a tagliare l'erba per dar da mangiare alle mucche da latte per la produzione dello scalet. Con la naturalezza che lo contraddistingueva mi aveva spiegato che in un giorno di festa chi si occupava solitamente delle mucche si stava godendo il meritato riposo e che quindi ci pensava lui con il fratello agli animali. "Mica festaggiano il Ferragosto le mucche" mi ha detto ridendo».

Giocherellone, un amico semplice e genuinamente disarmante. E dal cuore grande, senza tanti fronzoli: «Sono amico di Mario e di sua madre Luigia - racconta Roberto Ghisi, medico bergamasco di 59 anni -. Molto spesso io e mamma Luigia ci scambiamo consigli ed emozioni, vivendo gli stessi problemi di deambulazione. Un anno fa circa mi trovavo a Lizzola e Mario mi ha invitato alla sua baita, per ammirare le sue montagne: il pizzo Redorta e il pizzo Scais. Io gli ho subito spiegato che non ce l'avrei fatta a camminare in salita, anche se la pendenza era lieve. Ho provato a incamminarmi ma mi cedevano le gambe. Lui non ha detto nulla: ha sfilato lo zaino che aveva in spalla, appena tornato dai suoi tanti impegni, e mi ha preso in groppa».
Così per un chilometro e mezzo, tra risate e commenti scherzosi: «Nessun pietismo, nessuna smanceria - continua Roberto Ghisi -, lui non era proprio il tipo: era uomo di montagna: vero e genuino».

Un uomo buono. «Era settembre: quel giorno il cielo si stagliava azzurro sul Brunone e sul Coca. Raggiungere la baita posta appena oltre la "costa" di monte sul sentiero per il Curò, a poche centinaia di metri dalla chiesa di Lizzola, per me sarebbe stata un'impresa. Sulle sue spalle, come un fuscello, mi sembrava che lui volasse e io osservavo quei sui monti così belli e forti».

L'amico è commosso, ma insieme la coppia scherza e parla di monti, di scalate, di natura: «Una polenta fumante e mamma Luigia ci aspettavano - continua Ghisi -. È stato un onore per me e il Brunone era lì che ci guardava. Sapere della sua morte proprio su quelle vette mi ha sconvolto». E Ghisi continua: «Amava parlare delle sue montagne - conclude -. Era così orgoglioso e amante del suo essere alpinista che aveva portato la mamma in una escursione, per mostrargli cosa viveva ogni volta che saliva lassù, quella felicità che gli si leggeva negli occhi quando raccontava delle sue montagne».

Fabiana Tinaglia

fa.tinaglia

© riproduzione riservata