Martedì 13 Marzo 2012

Vimercati, gran borghese
Il giornalista che scoprì Bossi

di Pierluigi Saurgnani

Massimo Fini gli ha dedicato così la sua raccolta di articoli «Senz'anima: Italia 1980-2010»: «A Daniele Vimercati, bravissimo giornalista, opportunamente dimenticato, col quale ho condiviso, negli anni belli della sua direzione dell'"Indipendente", tante, generose e inutili battaglie». Il critico televisivo Aldo Grasso qualche anno fa aveva scritto sul «Corriere»: «Certe sere mi trovo a cercare affannosamente la sua immagine su Telelombardia. Era davvero un bravo conduttore, più di Vespa e Santoro.

Il suo talk show politico "Iceberg" era diventato uno di quegli appuntamenti che aiutano lo spettatore a capire qualcosa in più». E Indro Montanelli, nel 1996 nella sua «Stanza» sul «Corriere», gli aveva fatto questo elogio pubblico: «Vimercati è un leghista antemarcia. Lo era anche quando lavorava con me al "Giornale". Ma è soprattutto un signor giornalista, che conosce perfettamente la linea di demarcazione fra l'opinione personale e il dovere professionale, e non c'è interesse né calcolo di opportunità che possa indurlo a varcarla. Per questo godeva di tutta la mia fiducia, né mai ho avuto occasione di pentirmi di avergliela concessa». Sono passati dieci anni dalla morte di Daniele, stroncato a 44 anni, il 27 marzo 2002, da una leucemia fulminante che ha spezzato una brillante carriera: dopo il debutto, giovanissimo, nel 1976, al «Giornale di Bergamo» (dove ha lavorato fino alla chiusura nel 1980), era diventato giornalista professionista a «L'Eco», per poi approdare, nel 1987, al «Giornale» di Montanelli. Lasciato «Il Giornale» post-montanelliano, era diventato direttore prima, nel 1995, a 37 anni, dell'«Indipendente», poi, nel 1997, del «Borghese» e, infine, di «Telelombardia».

Molte cose sono cambiate nel frattempo, nel Paese, nella politica e nel giornalismo. Ma la sua lezione di indipendenza, la sua ricerca della verità al di là delle opinioni e degli interessi personali, la sua visione romantica del giornalismo forse non sono state del tutto dimenticate, nonostante abbia qualche fondamento, in un Paese come il nostro, l'amaro scetticismo di Massimo Fini.

Quattro maestri di giornalismo
«I miei maestri di giornalismo sono quattro – amava raccontare Vim –: Alessandro Minardi ha pubblicato il mio primo pezzo; Franco Rho mi ha insegnato le regole fondamentali del lavoro e della scrittura giornalistica; monsignor Andrea Spada è un personaggio di un carisma e di una autorevolezza straordinarie. E Montanelli è il campione di indipendenza dalla politica, anche se sono arrabbiato con lui perché mi ha insegnato regole di comportamento anacronistiche, che nel giornalismo odierno non valgono più». Una delle sue più grandi soddisfazioni era quella di aver organizzato l'incontro a Milano tra don Spada e Montanelli: «Li feci incontrare nel 1989 a Milano, nell'ufficio di Montanelli, direttore del "Giornale", dove lavoravo. Fu una delle più belle giornate della mia vita. Ero eccitato dall'incontro di questi due miei miti. L'incontro fu indimenticabile. Ripercorsero le loro storie personali, parlarono di Papa Giovanni e si trovarono in sintonia su molte cose. Due grandi anti-italiani».

I rapporti con la Lega
Per primo ha scoperto e studiato la Lega (numerosi i suoi libri, da «I lombardi alla nuova crociata» a «Vento dal Nord»), per la quale ha avuto un'attrazione più giornalistica che politica. Biografo di Bossi, è stato più un legologo che un leghista, e in ogni caso, se aveva conservato l'amicizia con il Senatùr e con la base del Carroccio, da quel mondo si era ormai allontanato. «È stato un confidente del guerriero di Cassano Magnano – ha scritto Mario Cervi – non un pretoriano o un cortigiano». Del resto, non avrebbe mai accettato diktat o imposizioni da nessuno. Non si stancava di ripetere: «Il giornalista deve essere scomodo, deve essere un rompiscatole».

Per lui il giornalismo era libertà, indipendenza, autonomia. Dove sarebbe oggi Vim se la morte non avesse spezzato vita e carriera? Probabilmente alla direzione di un quotidiano o di un telegiornale o conduttore di un talk show. Ma una cosa si può dire con certezza: come già accaduto all'«Indipendente» e al «Borghese», se gli spazi di libertà e di autonomia fossero venuti meno, avrebbe - e in punta di piedi - tolto il disturbo, rinunciando alla poltrona direttoriale.

Il ritratto di Daniele non sarebbe però completo se non si aggiungessero alcuni aspetti più marcati della sua poliedrica personalità: l'aria spavalda, baldanzosa e sicura di sé (i compagni di scuola lo chiamavano «uomo» nel senso di superuomo nicciano), in realtà una corazza che si era costruito per nascondere una certa fragilità interiore; la tendenza, lui alto e prestante, a collezionare conquiste femminili; e lo spirito goliardico. Amava organizzare scherzi, di cui siamo stati spesso complici. Come quello della dentiera. Su «L'Eco di Bergamo» era comparsa una «minima» (le notiziette in corpo minuscolo che trent'anni fa riempivano gli spazi a chiusura degli articoli): un signore che aveva, chissà come, smarrito la dentiera in centro città e chiedeva aiuto a chi l'avesse ritrovata, lasciando il suo recapito telefonico. Vim aveva lasciato decantare la notizia per qualche mese. Poi una sera, a tarda ora, da casa sua, era partita la telefonata: «Pronto, è lei che ha perso la dentiera?». All'altro capo del filo, un anziano assonnato si era di colpo svegliato, mai pensando di poter ritrovare la dentiera a distanza di mesi: «Sé, so mé», aveva risposto stupìto. E Daniele, adattandosi prontamente alla parlata dialettale: «L'o troàda. L'è ‘n po' sporca de fang, ma l'è amò buna. Ndomà ghe la porte». «Ah, so pròpe contét, grasie nè». E si erano dati appuntamento per un incontro la mattina dopo. Mai avvenuto, ovviamente. Come, del resto, il ritrovamento della dentiera.

m.sanfilippo

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