Gli insegnanti e l'ora di Religione
«Non si prega, facciamo cultura»

«Parliamo molto chiaro all'inizio dell'anno, spiegando a tutti i genitori che non si diranno preghiere, perché la pratica religiosa è compito delle famiglie e delle parrocchie. A scuola si fa cultura»

Il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo, dopo le dichiarazioni sulla necessità di cambiare l'ora di religione ha fatto marcia indietro sostenenendo di non pensare «a cambiare norme o patti, tantomeno a fine legislatura».

Il ministro ha anche definito «interpretazioni fantasiose» le notizie secondo cui una bozza del Miur in materia sarebbe stata inviata al Consiglio di Stato. Ma le voci continuano. Intanto l'ora alternativa c'è già (almeno in teoria) e chi non vuole avvalersi dell'insegnamento può farlo.

Si diventa docenti di Religione dopo aver seguito i corsi di un Istituto di Scienze religiose che provvede a una formazione di tipo universitario (4 anni di studio nel vecchio ordinamento, laurea magistrale di 5 anni ora). Dal 2018 tutti gli Irc dovranno avere la laurea magistrale, 5 anni di studio.

Rossana Rinaldi lavora nella scuola d'infanzia statale, in più istituti. La percentuale di bimbi stranieri cambia secondo i paesi, ma l'approccio è uguale. «Parliamo molto chiaro all'inizio dell'anno, spiegando a tutti i genitori che non si diranno preghiere, perché la pratica religiosa è compito delle famiglie e delle parrocchie. A scuola si fa cultura». Ogni anno tutti gli insegnanti della provincia scelgono un tema, quest'anno è il rspetto, che poi cercano di declinare nelle attività didattiche con i bambini. Si parla di Natale e Pasqua scegliendo attività che possano coinvolgere tutti. «Molti genitori stranieri – racconta la maestra Rossana – scelgono di non avvalersi, poi quando vedono che non cerchiamo di convertire, quando arrivano alla scuola primaria iscrivono i figli anche all'ora di religione».

La preoccupazione di integrare i figli diventa prevalente alle elementari. L'ecuadoriana Colombia Betancourt, docente di religione nelle scuole primarie dell'Ic Mazzi, sostiene a ragione che «non è ancora chiaro a tutti che si fa cultura religiosa, non dottrina. Si informa. Molti genitori musulmani, protestanti, ortodossi o atei iscrivono i figli perché possano conoscere meglio la cultura del paese nel quale sono nati e vogliono vivere».

I genitori italiani invece hanno ancora in mente l'ora di religione dei loro tempi monoculturali, più simile alla catechesi, e non capiscono il tentativo di istruire sui diversi aspetti del cattolicesimo senza chiedere un'adesione di fede personale.

Nella scuola primaria la religione fa parte degli aspetti della vita che i bambini scoprono man mano. «La curiosità è la molla e alle differenze di pensiero – spiega Betancourt – si arriva attraverso differenze nel cibo o nel vestito. I bambini chiedono spiegazioni, quando le hanno, accettano senza problemi la diversità anche religiosa». Per i più grandi, invece, la religione è parte di un'identità in crescita che si afferma anche per contrasto, verso l'interno e l'esterno. «Come il ragazzo sikh – racconta Dotti – che porta il turbante, ma sotto si è tagliato i capelli, trasgredendo un precetto religioso ed entrando in conflitto con la famiglia».

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