Due bergamasche come Angelina
Fenaroli: «Serve gran delicatezza»

A Bergamo due casi simili a quello della Jolie, dove però le pazienti, una sui 30, l'altra di 42 anni, sottoposte al test genetico e risultato positivo, avevano comunque in un seno segnali di pretumore.

Tumore al seno: la scelta choc dell'attrice Angelina Jolie, che ha deciso di sottoporsi a una mastectomia «profilattica» (asportazione di entrambi i seni, pur non avendo il tumore, ma un profilo genetico che aumentava le probabilità di ammalarsi fin'oltre l'80%) accende i riflettori su una frontiera chirurgica che in America sta facendo proseliti, mentre in Europa e in Italia si privilegia la strategia «conservativa» e preventiva.

Una linea, questa, che anima anche le équipe mediche di Bergamo, «ma va detto comunque che abbiamo avuto anche due casi molto simili a quello della Jolie, dove però le pazienti, una sui 30, l'altra di 42 anni, sottoposte al test genetico e risultato positivo, avevano comunque in un seno segnali di pretumore - spiega Privato Fenaroli, responsabile della Senologia del Papa Giovanni XXIII - . Sono state seguite in modo approfondito come è necessario sempre in questi casi, con un approccio multidisciplinare, con l'oncologo, il senologo, il chirurgo plastico, il genetista, lo psicologo e lo psichiatra. Alla fine, la scelta spetta sempre alle donne: la strada intrapresa è stata quella della mastectomia per entrambi i seni. Scelta che è stata fatta anche in almeno un'altra decina di casi, ma per questi le pazienti avevano già un tumore in un seno. Sia chiaro: un'opzione così radicale in casi come quelli della Jolie è di gestione delicatissima. Dove l'atto chirurgico, che è complesso e spesso richiede di entrare in sala operatoria anche più volte, è solo l'ultimo di atti altrettanto complessi. Non è come decidere di togliere due denti».

Nella Bergamasca, spiega Fenaroli, il numero di nuovi casi di tumore al seno oscilla tra i 700 e gli 800 l'anno «e comunque di questi solo il 5-10% ha una causa genetica. E non basta aver avuto un caso in famiglia di tumore al seno, bisogna avere una casistica di almeno 4 persone ammalate in famiglia, tra nonne, zie, mamma e sorelle, e anche casi di tumore al seno e all'ovaio abbinati».

Anche la scelta di sottoporre a un test genetico donne sane che hanno una storia familiare di più casi di tumore non è facile. «Serve la maggiore delicatezza possibile: spesso si tratta di ragazze ventenni o poco più, e davanti a un test positivo va calibrato con attenzione l'impatto emotivo e sociale che ne deriva. Nella Bergamasca sono potenzialmente 80 l'anno le donne che potrebbero rientrare nel profilo delle pazienti a rischio e da sottoporre a test, ma non è affatto detto che da sane poi sviluppino la malattia: un test positivo indica che la percentuale di rischio può quadruplicarsi rispetto alla media, salendo anche fino al 70-80% in specifici casi - evidenzia Fenaroli - . Così come va spiegato con cura alle donne che una mastectomia "profilattica" non azzera il rischio, resta un 5%. Oggi la diagnosi precoce consente di arrivare fino a un 98% di remissione del tumore, in caso di comparsa e gli interventi sono sempre conservativi del seno, quando è possibile».

Carmen Tancredi

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