Domenica 02 Febbraio 2014

Congelati sotto la neve

Bergamo top della cure

Una valanga a Valbondione in una foto d’archivio

È Bergamo, con il suo ospedale Papa Giovanni XXIII, l’unico centro di riferimento regionale per il trattamento dei pazienti in ipotermia finiti sotto le valanghe o nei fiumi ghiacciati. Una speciale «unità», che fa riferimento alla Cardiochirurgia, è in grado di attivare una delicatissima procedura , con la macchina cuore/polmone, che mette in circolazione extracorporea persone «congelate» : può riportare il cuore, e quindi tutto il sistema cardiocircolatorio, a funzionare dopo un arresto cardiaco subito da chi è finito sotto una valanga. O, per esempio, in seguito a una caduta in acque gelate.

«Si tratta di una procedura piuttosto complessa, molto delicata, e che, va detto subito non può essere applicata a tutte le persone che restano coinvolte in questo tipo di incidenti - spiega Amedeo Terzi, cardiochirurgo dell’ospedale Papa Giovanni XXIII a cui fa capo anche l’attivazione di questa particolare procedura - . Se una persona resta travolta da una valanga non sempre può restare in condizioni tali che permettono di riportare il suo cuore a funzionare. L’infortunato, per poter essere sottoposto a questo trattamento, non deve in primo luogo aver subito un grosso trauma cerebrale, e, dato fondamentale, deve essersi trovato, una volta sommerso dalla neve, in una situazione tale da avere, per una serie di circostanze, davanti alle vie respiratorie una “bolla d’aria” che gli ha garantito una riserva di ossigeno. In questo caso, pur finendo in arresto cardiaco dopo essere stato travolto dalla massa di neve e dopo aver avuto il cuore in fibrillazione, l’infortunato può restare comunque in condizioni di ipotermia, per lunghissimi minuti, anche fino a 90, ma il cervello deve poter restare ossigenato per non subire danni neurologici irreversibili o gravemente compromissori».

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