Giovanni XXIII, papa della pace
La Guerra fredda e i missili di Cuba

Nei suoi meno di cinque anni di pontificato, Giovanni XXIII, oltre che per la grande visione riformatrice che determinò la convocazione del Concilio Vaticano II, può essere sicuramente ricordato come “Papa della pace».

Nei suoi meno di cinque anni di pontificato, Giovanni XXIII, oltre che per la grande visione riformatrice che determinò la convocazione del Concilio Vaticano II, può essere sicuramente ricordato come “Papa della pace». E l’esempio, emblematico anche della capacità di un uomo di umili origini di esercitare una grande influenza morale sugli uomini più potenti della terra, è la sua azione nel caso della crisi dei missili a Cuba: uno dei picchi di massima tensione di tutta la storia della Guerra fredda, durante il quale, nell’arco di tredici giorni - tra il 15 e il 28 ottobre del 1962 - il mondo arrivò sull’orlo del disastro nucleare.

Fu pochi giorni dopo l’apertura del Concilio ecumenico, che l’ordine globale sembrò precipitare nel baratro di un conflitto atomico. Il 22 ottobre 1962, il presidente degli Stati Uniti d’America, John F. Kennedy, infatti, annunciò alla nazione la presenza di installazioni missilistiche a Cuba e l’avvicinamento all’isola di alcune navi sovietiche con a bordo le testate nucleari per l’armamento dei missili. Il presidente americano impose un blocco navale militare a 800 miglia dall’isola, ordinando agli equipaggi di essere pronti ad ogni eventualità, ma le navi sovietiche sembrarono intenzionate a forzare il blocco.

Di fronte alla drammaticità della situazione, mentre il mondo letteralmente tratteneva il respiro di fronte al possibile scontro tra i due blocchi, il Papa sentì la necessità di agire per la pace. Il 25 ottobre successivo, alla Radio Vaticana, rivolse «a tutti gli uomini di buona volontà» un messaggio in lingua francese, già consegnato - in precedenza - agli ambasciatori degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica: «Alla Chiesa sta a cuore più d’ogni altra cosa la pace e la fraternità tra gli uomini; ed essa opera senza stancarsi mai, a consolidare questi beni», diceva il Papa nel memorabile messaggio. «A questo proposito, abbiamo ricordato i gravi doveri di coloro che portano la responsabilità del potere - continuava -. Oggi noi rinnoviamo questo appello accorato e supplichiamo i Capi di Stato di non restare insensibili a questo grido dell’umanità.

Facciano tutto ciò che è in loro potere per salvare la pace: così eviteranno al mondo gli orrori di una guerra, di cui nessuno può prevedere le spaventevoli conseguenze».

«Continuino a trattare - aggiungeva Roncalli. Sì, questa disposizione leale e aperta ha grande valore di testimonianza per la coscienza di ciascuno e in faccia alla storia.

Promuovere, favorire, accettare trattative, ad ogni livello e in ogni tempo, è norma di saggezza e prudenza, che attira le benedizioni del Cielo e della terra».

Il messaggio suscitò consenso in entrambe le parti in causa e la crisi rientrò. Il leader sovietico Nikita Kruscev fece invertire la rotta alle navi, e le due potenze si accordarono per lo smantellamento delle basi a Cuba, come pure degli impianti missilistici americani in Turchia e in Italia.

L’importanza del passo compiuto dal Papa, che fu riconosciuta solo in seguito, è testimoniata dal russo Anatoly Krasikov, nella biografia di Giovanni XXIII scritta da Marco Roncalli: “Resta curioso il fatto che negli Stati cattolici non si riesca a trovare traccia di una reazione ufficiale positiva, all’appello papale alla pace, mentre l’ateo Kruscev non ebbe il più piccolo momento di esitazione per ringraziare il papa e per sottolineare il suo ruolo primario per la risoluzione di questa crisi che aveva portato il mondo sull’orlo dell’abisso».

In data 15 dicembre 1962, infatti, perveniva al Papa un biglietto di ringraziamento di Kruscev del seguente tenore: «In occasione delle sante feste di Natale La prego di accettare gli auguri e le congratulazioni... per la sua costante lotta per la pace e la felicità e il benessere». La drammatica esperienza convinse ancor più Giovanni XXIII a un rinnovato impegno per la pace. Da questa consapevolezza, nacque, nell’aprile del 1963, la stesura della sua enciclica «Pacem in Terris». E tutto il suo impegno in questo senso gli valse, nel maggio di quell’anno, solo tre settimane prima di morire, il conferimento del Premio Balzan per la pace: per partecipare alla cerimonia, esattamente un mese dopo la promulgazione dell’enciclica, l’11 maggio 1963, papa Giovanni entrò al Quirinale. Era la prima volta nella storia che un Pontefice usciva dal Vaticano per recarsi nei luoghi istituzionali dello Stato italiano. E l’occasione era quella di un riconoscimento conferito proprio all’impegno di papa Roncalli per la pace.

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