Venerdì 29 Novembre 2013

Medico da trincea: «ribelle» in Africa

È finito nel mirino in Afghanistan

Diego Manzoni anestesista rianimatore

Diego Manzoni ha una passione sfrenata per il mondo, ma non è un turista. Ama viaggiare, conoscere persone e culture, ma non si arma di videocamera e non pubblica una foto su twitter ogni cinque minuti. Soprattutto, quando è in un altro angolo del mondo, Diego Manzoni fa del bene, salva tante vite, ma meglio non dirlo troppo ad alta voce, perché la sua espressione pacata finirebbe per sminuire tutto quanto e catalogarlo come la più semplice delle frivolezze.

Trentasei anni, residente a Costa Mezzate, anestesista-rianimatore di terapia intensiva in neurochirurgia, all’Ospedale Papa Giovanni XXIII: fin qui il succulento curriculum di un giovane e valido medico bergamasco, da qui l’inizio di un sentiero che lo sta portando lontano, ben oltre i confini dell’ambizione. Perché il dottor Manzoni ha lavorato un po’ dappertutto e non limitandosi alla semplice parabola professionale, che l’ha visto transitare da Zingonia come da Cambridge: ciò che conta è nella periferia della sua routine, ovvero nei mesi trascorsi tra India e Thailandia, Messico e Afghanistan, spesso e volentieri a mettere sul piatto le proprie competenze in realtà nelle quali il supporto medico non è nulla di scontato.

Tutto conseguenza della sua voglia di conoscere, dalle vacanze di seconda liceo trascorse in Germania per costruire un rifugio per i senzatetto fino alle settimane spese qualche anno dopo a New York, facendo da autista a un pulmino di handicappati: ai tempi, qualcuno si domandava cosa avrebbe potuto fare una volta diventato medico, visto quanto aveva già da dare indossando vesti ordinarie. E la risposta sarebbe arrivata di lì a poco, con il 2000 come anno chiave, per via di uno scambio universitario e un’esperienza ad Accra: la collaborazione con un collega africano gli avrebbe schiuso le porte della regione di Saboba, una delle più remote del Ghana. Quella è stata la genesi di Health-Aid, la onlus che Manzoni ha creato a soli ventitré anni e che ora, quasi tre lustri dopo, è una realtà consolidata, con un folto gruppo di medici, infermieri e volontari sempre pronti a dirigersi verso Saboba Town. «Il progetto è improntato su più aspetti – spiega il dottore, appena rientrato dalla sua ultima puntata ghanese –: c’è l’ambulatorio che funziona tutto l’anno e che va avanti anche quando non siamo presenti noi europei, grazie agli infermieri locali».

Quando non c’è Diego, presidente di Health-Aid, è il sabobese David a gestire le operazioni, confrontandosi se necessario via Skype. Poi, ci sono gli altri cardini della onlus: «Lo Youth Club coinvolge i ragazzi delle scuole, diffondendo nozioni di educazione sanitaria, che poi gli stessi studenti ripetono tramite altri corsi o anche solo ai familiari: proponiamo le stesse lezioni anche in trenta villaggi, dando la precedenza a quelli più remoti, nascosti nella savana. Da lì la gente non si reca in ospedale, dunque è fondamentale evitare che si ammali, grazie alla medicina preventiva. Per lo stesso motivo, stiamo portando avanti anche un discorso di Solar Disinfection, insegnando ad esporre bottiglie di acqua al sole, per diminuire l’attività microbica e, con essa, la possibilità di malattie». Altri passaggi fondamentali sono il progetto di educazione delle ostetriche e il finanziamento alle donne locali mediante un piccolo credito, utile per potere iniziare una nuova attività.

Tutto questo nel Saboba District, laggiù dove la gente sorride sempre: «È una realtà felice, anche se le condizioni igienico-sanitarie sono pessime. Purtroppo, le regioni più remote vengono mantenute in condizioni arretrate, in modo che siano più facilmente sfruttabili: la corruzione e la mafia sono una brutta realtà». Che è costata una grigia mezza giornata di galera al dottor Manzoni, quella volta in cui non scese a compromessi per ottenere un’autorizzazione e servì una mobilitazione popolare per liberarlo: «Avevo dato fastidio al sistema e ci fu una marcia in mio onore: minacciarono di dare fuoco alla stazione di polizia se non mi avessero immediatamente liberato».

Un legame stretto tra il popolo e il suo medico, lo stesso che ha spinto Diego a girare il mondo con il bisturi in mano, facendo anche tappa per tre mesi in Afghanistan con Emergency, nell’ospedale di Lashkar Gah, nella primavera del 2011: «Rispetto al Ghana, tutta un’altra esperienza: mi ha provato molto vivere da vicino gli orrori della guerra. Un giorno, morirono quattro bambini: il nonsenso di certe cose fa un male terribile, al momento avrei voluto scappare, ma mi ha mandato avanti la forza di sapere che un piccolo gesto può avere un significato. Tenendo presente che le necessità reali sarebbero immense e che ciò che faccio non serve certo a cambiare il mondo, ma è solo un piccolo segno di solidarietà». Sullo sfondo di tutto, una buona dose di audacia: «In Afghanistan, la vita era tutta tra casa e ospedale, gli spostamenti sotto scorta: una sera salii sul tetto per sistemare l’antenna e spararono verso di me un colpo d’avvertimento. Sapevano che ero un medico, ma temevano fossi una spia. È servito un pizzico di coraggio, ma sono convinto che questo genere di situazioni servano per tirare fuori le risorse che ognuno possiede. È anche per questo che non mi piace affermare che sono uno che fa del bene: piuttosto, dico che ho sempre voglia di crescere». Con un atlante in mano, ma un kit di pronto soccorso al posto della macchina fotografica.

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