Mercoledì 19 Dicembre 2012

Sale giochi a 400 mertri
da scuole e luoghi di culto

Città Alta e i borghi storici chiudono le porte a kebab, pita gyros, phone center, distributori automatici, lavanderie a gettone e a tutti gli esercizi commerciali «con vendita prevalente di prodotti alimentari di origine extraeuropea».

Una lunga lista di attività che con l'approvazione della delibera approvata ieri sera dal Consiglio comunale non potranno più aprire i battenti. Almeno non nel perimetro che il Piano di governo del territorio definisce come «borgo storico». Giro di vite anche per sale gioco, agenzie di scommesse e sexy shop che «nelle altre zone del territorio cittadino potranno insediarsi rispettando la distanza minima di 400 metri (aumentata con un emendamento bipartisan rispetto ai 150 originariamente previsti, ndr) da luoghi di culto, ospedali, case di cura, cimiteri, caserme, scuole».

La delibera sulle «Disposizioni per la valorizzazione del commercio negli ambiti del tessuto urbano consolidato» ha raccolto i soli voti favorevoli della maggioranza (con le astensioni pidielline dei consiglieri Roberto Chiorazzi e Stefano Lorenzi) e quelli contrari dell'intera minoranza.

Sulla delibera, in discussione da lunedì, si sono scatenati i dubbi di tutta la compagine del centrosinistra, che ha definito il documento «insensato» e a rischio ricorsi Tar, come è avvenuto in altri Comuni che hanno deliberato limitazioni per gli esercizi commerciali «etnici». L'assessore assessore al Commercio Enrica Foppa Pedretti ha ribadito la natura commerciale di Bergamo: «Mi avete portato l'esempio di New York – ha detto –. Ma New York ha una storia recente dove aree ghetto sono diventate poli di attrazione. Noi siamo a Bergamo, con Piazza Vecchia, e una Rocca del 1.300 e borghi del 1.600. Le ottiche del commercio seguono la storia».

Le critiche maggiori sui generi alimentari, per i quali il consigliere Lorenzo Carminati ha presentato un emendamento ad hoc – approvato dalla maggioranza, compresa la Lega –. Il documento originario prevedeva l'esclusione di esercizi commerciali «con vendita prevalente di prodotti di origine extra Ue», un provvedimento che avrebbe permesso di entrare negli esercizi commerciali solo ai prodotti dei 27 Paesi dell'Unione, escludendo ad esempio il cioccolato svizzero o la vodka russa. Non sarà però possibile aprire negozi che vendono solo merce proveniente da altri continenti, mentre – spiega l'assessore Foppa Pedretti – «gli ortofrutta continueranno ad aprire vendendo anche ananas o frutta giapponese».

Le minoranze hanno criticato l'illegittimità della delibera: «I rischi sono già evidenti visto che l'antitrust stesso ha bocciato le delibere di altri Comuni» afferma Simone Paganoni della Lista Bruni. Dai banchi della minoranza la richiesta di rivedere da capo il provvedimento: «Fate un passo indietro e lavoriamo insieme per riscrivere secondo finalità condivise questa delibera – chiede Sergio Gandi del Pd –. Non serve per contrastare la desertificazione commerciale, ci sarà un impoverimento del mercato con un escalation di prezzi».

«Voltiamo pagina e ideiamo strumenti propositivi e più complessi – dice Nadia Ghisalberti, capogruppo della Lista Bruni –. Serve un progetto articolato per attivare la socialità del borgo». «Perché prodotti europei sì e americani o australiani no? E poi non si fa nulla contro le insegne a neon che sparano coloracci. Ritirate la delibera non per metterla nel cassetto, ma per lavorarci insieme» commenta Roberto Bruni dell'omonima lista.

Diana Noris

a.ceresoli

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