Faac Grassobbio, il futuro è nero: «L’azienda rigida, vuole chiudere»

Faac Grassobbio, il futuro è nero:
«L’azienda rigida, vuole chiudere»

Nuova tappa per la difficile vertenza della Faac di Grassobbio: giovedì mattina 26 marzo nella sede di Confindustria di Bergamo i sindacati hanno incontrato i rappresentanti dell’azienda che, il 16 marzo scorso, ha aperto la procedura di mobilità per cessazione di attività. A rischio ci sono tutti i 50 posti di lavoro.

Come già accaduto per l’incontro del 20 marzo, fuori dalla sede del confronto si è svolto un presidio dei lavoratori. «Oggi dalla Faac abbiamo ascoltato le proposte per la gestione dei 50 esuberi - ha spiegato poco fa Fulvio Bolis della Fiom-Cgil di Bergamo -. L’azienda mantiene la stessa posizione di rigidità, intende cioè chiudere lo stabilimento. Ha illustrato in termini generali un ipotetico piano di ricollocazione del personale in cui metterebbe a disposizione di eventuali nuovi imprenditori l’uso gratuito dell’immobile per alcuni anni, oltre ad incentivi (risorse economiche) per le aziende che intendano assumere i suoi lavoratori. Contemporaneamente si prevede di richiedere una Cassa integrazione straordinaria per cessazione di attività per 12 mesi, al termine dei quali tutti i lavoratori sarebbero licenziati. Se durante il periodo di cassa qualche lavoratore decidesse di accettare la risoluzione del rapporto di lavoro e andare in mobilità, sarebbero previsti incentivi all’esodo».

Giovedì pomeriggio si è svolta un’assemblea di 2 ore per illustrare ai lavoratori queste proposte. «L’assemblea ha ritenuto poco credibile il piano di ricollocazione per come l’azienda lo ha formulato e ha giudicato insufficienti le risorse messe a disposizione come incentivo all’esodo. I lavoratori hanno, dunque, chiesto che si ridiscuta la proposta dell’azienda» continua Bolis.

«Come Fiom-Cgil siamo ancora fermi sulle nostre posizioni: la strada dei licenziamenti non è quella giusta, pensiamo che un’azienda con le capacità economiche e tecniche di Faac debba rimanere a produrre sul territorio italiano: se si cede alle ragioni del mercato e del profitto il futuro per il nostro Paese non potrà che essere buio. Stiamo perciò valutando di chiedere un incontro alla Curia di Bologna, azionista di maggioranza del Gruppo (col 66% delle azioni)».


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