Battaglia all’Isis Gli enigmi aperti

Battaglia all’Isis
Gli enigmi aperti

Mosul sta per cadere, il Califfo al Baghdadi e i suoi più stretti collaboratori sarebbero già fuggiti in direzione della Siria, ma anche l’altra «capitale» dello Stato islamico, Raqqa, è virtualmente sotto assedio e potrebbe essere conquistata nel giro di poche settimane: oltre ai curdi siriani, ai ribelli sunniti protetti dalla Turchia e alla Turchia stessa, che infischiandosene dei veti di Assad è ormai attiva sul fronte con sue truppe, gli jihadisti dovranno misurarsi con le Forze speciali e con i Marines americani, equipaggiati con carri armati ultimo modello e artiglieria pesante, che in seguito a una decisione di Trump sono passati da 500 a 1.000 uomini (ma il generale Votel ha detto che, se lo riterrà opportuno, potrà richiedere ulteriori rinforzi) e dal ruolo di «consiglieri» a quello di combattenti. Anche l’aviazione della coalizione si appresta ad entrare massicciamente in azione.

Si tratta di uno schieramento formidabile, con l’unico difetto di non essere compatto: Ankara, infatti, considera i curdi siriani, i più addestrati ed efficienti, una filiazione dell’organizzazione terroristica turca Pkk, e ha messo il veto a che essi partecipino alla occupazione della città, che dovrebbe essere affidata esclusivamente ad arabi sunniti. Nonostante questi contrasti, difficilmente i restanti effettivi dello Stato islamico potranno resistere a lungo, anche se la città – come è accaduto ad Aleppo e a Mosul e – finirà col pagare un prezzo terribile. Dopo la riconquista di Palmira da parte delle forze di Assad, si calcola che il Califfato abbia perduto, negli ultimi mesi, circa il 65% del territorio che controllava nel momento della sua maggiore espansione. Ma, secondo l’analisi dei servizi, neppure la caduta di Mosul e Raqqa porterebbe a una sua immediata dissoluzione: esso conterebbe ancora su 15 e forse 18 mila fanatici combattenti, oggi suddivisi tra Siria e Iraq, i quali cercherebbero di ripiegare su Dayr as Zawr, una città sulla riva destra dell’Eufrate al centro di una zona ricca di petrolio.

L’interrogativo, tuttavia, non riguarda solo quanto potranno ancora resistere, ora che l’afflusso di volontari è sceso a poco più di cento al mese, ma che intenzioni hanno per il futuro: si faranno uccidere fino all’ultimo uomo, cercando di infliggere le maggiori perdite possibili ai nemici (la battaglia di Mosul sarebbe già costata alla «Divisione d’oro» irachena, l’unità scelta addestrata dagli Usa, la metà dei suoi effettivi), si mimetizzeranno nelle decine di altre formazioni armate operanti in Siria o cercheranno piuttosto di tornare ai Paesi d’origine per dare nuovo impulso al terrorismo islamista? Il problema non è di poco conto, perché si tratta di uomini superaddestrati e pronti alla morte: e a rischiare sono almeno una trentina di Paesi, a cominciare proprio dalla Russia visto che gli jihadisti più pericolosi sono i ceceni, ma anche per Francia, Belgio, Gran Bretagna e diversi altri sarebbe un incubo.

La liquidazione dello Stato islamico comporta un altro problema di difficile soluzione: a chi toccherà governare le aree «liberate», in stragrande maggioranza sunnite? A Mosul il governo iracheno ha saggiamente evitato l’ingresso in città delle milizie sciite che hanno contribuito a riconquistarla per timore che si dedichino a rappresaglie. A Raqqa i ribelli siriani sunniti non vogliono i curdi, e tantomeno un ritorno delle forze governative. Si tratterà di ridisegnare confini, cercare di separare le etnie in conflitto, evitare una continuazione della guerra tra i vari gruppi oggi uniti contro l’Isis: quasi una quadratura del cerchio.


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