Bergamo e gli hub Troppi egoismi

Bergamo e gli hub
Troppi egoismi

In fondo cosa c’è da stupirsi se Confindustria Bergamo e Imprese & Territorio sono andate ciascuna per la propria strada sul tema dell’innovazione? Se guardiamo la nostra storia, almeno quella degli ultimi vent’anni, non c’è proprio nulla di cui meravigliarsi. Del resto – e torniamo sempre al punto di partenza – ce l’aveva già detto l’Ocse un paio d’anni fa che siamo fatti così, incapaci cioè di fare squadra, di individuare un obiettivo comune e conquistarlo seguendo una rotta comune e condivisa. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico era stata fin troppo chiara individuando subito, tra i mali che affliggono la nostra terra, l’assenza di una governance – comune e condivisa, appunto – tra pubblico (in primis gli stessi sindaci), privato e mondo accademico, senza dimenticare le associazioni dei datori di lavoro, i sindacati e la Camera di Commercio.

Tutti soggetti, aveva ammonito l’Ocse, che – insieme – devono creare una visione unitaria per lo sviluppo. Ma perché il prodotto di questo «pensiero», di questa unità d’intenti, sia realizzabile, è necessaria la massima chiarezza per quanto riguarda le priorità nelle risorse e nelle responsabilità. Tanto più che una condivisione tal fatta porterebbe benefici non soltanto ai soggetti protagonisti (i cosiddetti stakeholders), ma – facendo accrescere il loro potere contrattuale in relazione alle altre province, alla regione e al governo centrale – migliorerebbe anche la capacità di Bergamo e della Bergamasca di influire sulle politiche regionali e nazionali, con indubbie ricadute positive sul nostro territorio. Si potrebbe dire sul «Sistema Bergamo», se quello che fino a pochissimi anni fa era un modello che si voleva esportare nel Paese (sulla base delle idee di rilancio del manifatturiero in Valle Seriana, poi in gran parte rimaste sulla carta) oggi ci fosse ancora, anziché essersi liquefatto come neve al sole, tra l’indifferenza generale. Peccato, perché l’Ocse era partita anche da lì, evidentemente convinta che avessimo la capacità e la forza di affermare una volta per tutte i molti vantaggi competitivi che il nostro sistema produttivo indubbiamente possiede. Abbiamo capitani d’industria che i mercati internazionali ci invidiano, insuperabili nel portare le proprie aziende ai vertici delle rispettive catene produttive e commerciali, ma non siamo capaci di farli sedere tutti attorno a un tavolo per dialogare con tutti e a vantaggio di tutti.

E che dire dell’associazionismo imprenditoriale bergamasco? Risultati alla mano, possiamo e dobbiamo dirne tutto il bene possibile, ma possiamo e dobbiamo anche dire che una riflessione su chi e cosa oggi rappresentino realmente, vada oggettivamente fatta. Il dubbio di una certa autoreferenzialità c’è, inutile nasconderlo.

Checché se ne dica, al di là di qualche risvolto economico-finanziario, ad affossare un progetto comune per l’innovazione non sono state insanabili valutazioni di natura strategica, ma «banali» questioni di principio, semplici posizioni di bandiera. Eppure «il rafforzamento del potenziale di innovazione» era tra le sfide principali che l’Ocse ci aveva invitato a raccogliere per tornare a essere competitivi. Da venerdì scorso, andando oltre le parole di circostanza, possiamo dire – non senza tristezza – che quella sfida, ad oggi, l’abbiamo persa, esponendo fors’anche il nostro sistema produttivo a qualche rischio in più. «I potenziali partecipanti al processo di innovazione devono essere meglio collegati» avevano spiegato i ricercatori dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ribadendo che «le attività delle istituzioni chiave del territorio non sono coordinate». L’altro giorno, purtroppo, l’abbiamo dimostrato, ancora una volta. Leggendo i felpati comunicati stampa di Confindustria e di Imprese&Territorio sulla vicenda dell’hub per l’innovazione, sembra essere tornati agli Anni ’60, ai tempi delle indimenticate «convergenze parallele». Ma allora la politica era una cosa seria, lontanissima dai personalismi, dai protagonismi e dagli egoismi di oggi.


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