Il 140° compleanno de L’Eco di Bergamo
Le radici sono profonde e il cuore è grande

I lettori ci perdoneranno se in tempi come questi ci prendiamo un poco di spazio per ricordare il 140° compleanno de «L’Eco di Bergamo», per la prima volta in edicola il 1° Maggio del 1880. Ma è proprio in tempi come questi che il «far memoria» è un dovere a cui è impossibile sottrarsi, perché nulla come l’oblio è nemico della storia. E da quel Primo Maggio ad oggi, se potessimo sfogliare tutte insieme le pagine del giornale - saranno almeno due milioni - scopriremmo di avere tra le mani un ineguagliabile libro di storia, la storia di Bergamo e dei Bergamaschi, la nostra storia.

Un lungo filo sottile, invisibile ma indissolubile, che lega tra loro un numero infinito di vicende, grandi e piccole, che hanno consentito a «L’Eco» di mettere radici profondissime, dal cuore della città – dove è nato grazie alla sensibilità di quel grande «architetto sociale» che è stato Nicolò Rezzara - fino ai lembi più lontani della nostra terra, persino oltre i confini della provincia. Lo aveva sottolineato, nel novembre del 2016, visitando la redazione de «L’Eco», il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, che anche oggi non ha voluto far venir meno la sua vicinanza e il suo affetto nei confronti di Bergamo e del suo giornale, inviandoci un caloroso messaggio di auguri, messaggio che non solo ci onora - e di cui lo ringrazio dal profondo del cuore a nome di tutto il giornale - ma che ci sprona a proseguire senza indugi lungo la strada fin qui seguita.

«Ogni quotidiano - aveva detto il Presidente della Repubblica nel grande “stanzone” della Cronaca - ha la sua impronta, il suo carattere. Quelli de L’Eco di Bergamo sono tratti molto forti, nitidi, intensi. Non soltanto per il contributo dato al formarsi della pubblica opinione del proprio Paese, a Bergamo come in sede nazionale, ma anche per la garanzia che una testata come la vostra fornisce alla libertà di stampa e alla libera informazione».

E sono proprio queste le caratteristiche con le quali, da quel Primo Maggio, raccontiamo ogni giorno le speranze, i sogni e i dolori della gente bergamasca. Il nostro lettore lo sa bene, perché nel corso di questi centoquarant’anni i principi ispiratori del giornale non sono mai cambiati. Il «segreto» sta proprio qui. Da molto tempo ormai, L’Eco è una vera e propria istituzione del territorio, una conquista che non viene da sé, né tanto meno per caso, ma è il frutto di un percorso indicato chiaramente fin dal primo numero e mai venuto meno nel corso della propria storia. «L’Eco» ha attraversato questo lunghissimo arco di tempo rimanendo sempre se stesso. «E questo sé stesso - scriveva già in occasione dei cent’anni di vita del giornale monsignor Andrea Spada, che non solo lo diresse per 51 anni, ma che lo «rifondò» nella seconda metà del secolo scorso - i lettori sanno cos’era, sanno e sapranno sempre cos’è. La sua sincera, mai nascosta o mimetizzata ispirazione cristiana, il suo profondo rispetto per tutti, il non aver mai dimenticato un solo giorno che il giornale entra ogni mattina nelle case e ha il dovere di essere un amico prudente, sincero, discreto, di famiglia. Bergamasco tra la gente bergamasca, cioè di modi semplici e sinceri, secondo il nostro carattere, qualità ma anche difetti allo scoperto».

Oggi, quarant’anni dopo, pur necessariamente rivisitato, lo spirito che anima il giornale è rimasto lo stesso, nel segno della dottrina sociale della Chiesa, nel segno del rispetto di tutti. Ce lo riconosce lo stesso Presidente Mattarella nel suo lungo messaggio di oggi, laddove scrive che «Nel ricco panorama della stampa italiana L’Eco di Bergamo porta il contributo della propria identità, impressa dai fondatori e poi plasmata nelle vicende tragiche e gloriose di quasi un secolo e mezzo di storia. Una identità che si è arricchita attraverso il confronto con i “segni dei tempi”, espressione di quel Concilio voluto proprio da uno dei collaboratori più illustri del giornale, don Angelo Roncalli, poi divenuto Giovanni XXIII. L’ispirazione cristiana del giornale si è impastata con la civiltà bergamasca, con la sua scuola sociale, con la vivacità dei suoi corpi intermedi, con la vocazione all’impresa» contribuendo a dar vita allo sviluppo del Paese.

La pandemia dovuta al Coronavirus, che così duramente ha colpito la nostra terra, ha reso il legame tra il giornale e i bergamaschi ancora più saldo di quanto già non fosse, e gli «auguri» più belli - proprio in questi giorni così tragici per tutta la nostra comunità - ce li hanno fatti quei lettori (tantissimi) che ci hanno scritto apprezzando come il giornale li ha accompagnati lungo tutto questo immenso dramma, raccontando con franchezza e serietà quanto stava accadendo, dando loro voce nel ricordo dei propri cari (come non ricordare la telefonata di Papa Francesco!) e nei racconti delle singole vicende di cui sono stati protagonisti, spesso loro malgrado. «Vi abbiamo sentito vicino» è stata la frase ripetuta con maggior frequenza, che è quanto di meglio un giornale come il nostro si possa aspettare dai propri lettori. Ci hanno considerato uno di loro anche per un gesto semplice come il regalo di una bandiera per fare comunità e «gridare» tutti insieme «Noi amiamo Bergamo». E, ancora, per aver realizzato un memoriale per i loro morti - ma che in realtà sono i nostri morti, i morti di tutti noi - sulla facciata della nostra sede, doveroso omaggio a chi ha perso la vita senza quasi nemmeno sapere il perché, ma soprattutto senza un saluto, senza un bacio, senza un carezza, enza un ultimo addio.

Il mondo ha visto Bergamo piegata e piagata dal dolore, ma ha osservato anche la reazione dei bergamaschi, dei suoi medici, dei suoi infermieri, dei suoi volontari, dei suoi Alpini, ed è rimasto ammirato da un «cuore» grande, dall’abnegazione e dalla forza messa in campo per sconfiggere un nemico tanto subdolo quanto invisibile. «La speranza - scriveva Ernest Hemingway - non è mai così persa da non poter esser ritrovata», e noi bergamaschi l’abbiamo dimostrato, per l’ennesima volta.

Nelle ultime dieci settimane, di Bergamo si è scritto molto in ogni angolo del pianeta, ma non tutto rispecchiava fedelmente quanto davvero accadeva, e in un’epoca come questa, dove l’informazione corre spesso troppo veloce per avere il tempo di essere sempre corretta, è ormai giunto il momento che tutti i giornalisti riscoprano e tornino ad assumere un profondo senso di responsabilità sociale nei confronti del lettore. Noi lo stiamo facendo - non senza fatica - da quasi un secolo e mezzo, ma questo è l’impegno che vogliamo nuovamente sottoscrivere anche oggi. Almeno per i prossimi 140 anni.

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