Il fastidio per i poveri I nuovi schiavi

Il fastidio per i poveri
I nuovi schiavi

Quanto dà fastidio questo Papa Francesco che continua a parlare dei poveri? Insomma perché non si accontenta mai, neppure di quello che la Chiesa fa per i poveri? Siamo sinceri e ammettiamo che questa è la domanda vera che frulla nella testa davanti ai ripetuti ragionamenti di Bergoglio che un giorno sì e l’altro pure mette in fila non solo i numeri, ma anche i volti dello scandalo di un mondo dove i poveri sono sempre più poveri. Lo ha fatto anche ieri nel messaggio per la terza Giornata mondiale della povertà che lui ha inventato per perseguire con metodo nelle sue provocazioni. Che bisogno c’era di una giornata della povertà? Non c’è già la Caritas che si occupa di loro?

Qualcuno arriva ad affermare che così si distoglie la Chiesa dalla sua vera missione e cioè parlare di Dio, occuparsi della salvezza delle anime, dello Spirito e via esortando. Invece ecco il punto: sfuggire all’identificazione di Dio con i poveri «equivale a mistificare il Vangelo e annacquare la rivelazione». Insomma la cura dei poveri per i cristiani è qualcosa di molti di più che semplice filantropia che tampona il bisogno e accende la sirena nelle emergenze. Occuparsi di poveri significa sedersi ai piedi della Croce ed ascoltare la parola di quel poveraccio che hanno crocifisso.

E qui la Chiesa e il Papa danno fastidio. Tutto va bene finché la Chiesa si dedica ai poveri, che sono stati relegati nella riserva indiana. Tutto va bene finché ai poveri si dà una mano, magari due, denaro e cose. Ma quando la Chiesa alza la voce e svela, quando smaschera, quando, come scrive Bergoglio nel suo messaggio, non solo ascolta, interviene, protegge e difende, ma «riscatta» e «salva» finisce nel mirino, perché sbaraglia l’illusione di quasi tutti nel mondo di sapersi proteggere dai poveri.

Se poi insiste a dire che muri e barriere creano solo l’illusione «di sentirsi sicuri con le proprie ricchezze» e che così «non sarà per sempre» addirittura partono le accuse di minaccia all’ordine mondiale. Eppure Francesco fa esattamente questa operazione. Non si limita alle cifre drammatiche dell’uno per cento della popolazione del mondo che possiede l’equivalente della ricchezza dell’80 per cento degli altri, ma denuncia che i poveri sono i nuovi schiavi e non solo quelli costretti a raccogliere pomodori sotto il sole, migranti diventati «risorsa» e quindi ammessi dagli spacciatori di paura, ma anche i giovani impediti a trovare lavoro da «politiche economiche miopi», le famiglie costrette ad emigrare e poi separate, e tutti coloro sui quali, dice il Papa, «il giudizio è sempre all’erta» e non possono nemmeno permettersi di «sentirsi timidi o scoraggiati» e sono percepiti come «minacciosi o incapaci» solo «perché sono poveri»: «Giudicati spesso parassiti della società, ai poveri non si perdona neppure la loro povertà».

Non li lasciamo più a dormire per strada, abbiamo inventato «un’architettura ostile», le panchine con i braccioli, così nessuno si sdraia la notte, cosicché nessuno possa vivere nemmeno nel modo più disperato possibile. È il designer difensivo l’ultima frontiera del decoro urbano e di una cultura del rifiuto che considera una minaccia chi sta fuori dai circuiti conformi e dai criteri regolari, quelli dell’accumulo, del benessere, dell’equilibrio di classe, dell’appagamento, della prosperità. Francesco nel suo messaggio denuncia l’arroganza di chi opprime e spiega che Dio non è contento, perché sta dalla parte dei poveri, al punto da identificarsi con essi. La comunità cristiana non può sottovalutarlo, altrimenti compromette il «realismo della fede cristiana e la sua validità storica».


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