Il sindacato  assente non incide

Il sindacato
assente
non incide

Nel dibattito attorno al governo del cambiamento e alle prime misure sul lavoro e sull’area economica, c’è un illustre assente: il sindacato. Conosciamo la scontata replica: non è vero, i confederali vigilano e sono della partita nell’interesse dei lavoratori e di quello del Paese. In parte è proprio così: il sindacato c’è, specie là dove non ci può non essere. Per esempio, come s’è visto, nella denuncia del caporalato. Però in tempi non ordinari è lecito chiedersi, magari come misura provocatoria, se tutto questo sia sufficiente o se non sia invece il caso di un qualcosa di più: in termini di chiarezza e di incisività.

Perché le voci singole sono in campo, ma non si vede un attivismo corale ad ampio raggio, adeguato alla serietà delle fratture che si stanno creando e alle iniziali decisioni del governo, in taluni casi positive e in altri assai discutibili. Per alcuni benpensanti la presenza non così invadente del sindacato sarà pure ritenuto un tardivo ma benefico ripensamento, e qualche teorico della democrazia del clic potrà sempre dire che la società chiusa non contempla i sindacati. Tuttavia, per quanto ci riguarda, riteniamo che un sindacato in salute aiuti a sfebbrare il Paese e conservi un ruolo indispensabile nel gioco democratico. Il tatticismo dei confederali, perché è di questo che stiamo parlando, si può spiegare in tanti modi, a partire dalla considerazione che un po’ tutti abbiamo le idee confuse e non si sa che pesci pigliare.

Del resto, a parte i ministri Salvini e Di Maio, par di capire che nessuno sia perfetto. I problemi di Cgil, Cisl e Uil vengono da lontano e un po’ sono dettati dal mondo reale. Archiviata l’idea dell’unità sindacale, le tre confederazioni, sin dall’esordio della Seconda Repubblica, non hanno voluto o potuto affrontare il tema per loro più imbarazzante: il rapporto con la politica nel tempo del bipolarismo, dato che l’autonomia sindacale è sempre stata annunciata ma non praticata con uguale forza. Vale per tutte e tre, ma forse la questione riguarda più di altre la Cgil: per la sua cultura, per il suo peso, per la sua dialettica interna. Quel che non è stato affrontato quando i poli erano due, è difficile che possa essere risolto quando i contenitori sono tre e, addirittura, quando i due soci del contratto di governo ibrido cercano una sintesi fra destra radicale e sinistra opportunista. Lo vediamo anche nelle opposizioni. Forza Italia, che pure ha battuto un colpo secco sul capitolo Rai, non può spingersi oltre: la Lega è più che mai l’alleato indispensabile sul territorio e, quanto alle prossime elezioni europee, non si sa quel che può succedere, compreso l’indicibile. Il Pd può fare la voce grossa, ma c’è un pezzo di partito che ritiene sbagliato aver consegnato i grillini alla Lega e che in cuor suo non dispera nell’inversione: se la sinistra arrabbiata della diaspora non torna a casa, sarà pur sempre utile andarle incontro. Comunque la si guardi, quel che si vede è un’opposizione da anatra zoppa: per condizioni obiettive. Questa prigionia, questi scarsi margini di manovra paiono replicabili in aree del mondo sindacale. Anche perché l’offerta governativa spazia lungo tutto lo spettro della politica, da destra a sinistra: alcuni soluzioni possono andare bene e diventa problematica una strategia d’insieme.

Facciamo qualche esempio: la Cgil, legittimamente e sulla base di un suo orientamento che precede il contratto di governo, può condividere alcune norme del decreto dignità e il contrasto agli accordi sul commercio internazionale. Fin qui siamo nella normalità delle relazioni. Il problema, però, non riguarda il giudizio tecnico, ma di valore su un cambio di governo che rischia di essere una messa in discussione di alcuni fondamentali di riferimento della storia repubblicana, della Costituzione materiale del Paese. Se diamo per «naturale» l’opposizione alla stretta illiberale nei confronti dell’immigrazione, che idea s’è fatta il sindacato della democrazia monca dei grillini? Che cosa hanno da dire i confederali – citiamo l’autorevole giurista Sabino Cassese – su un governo che promette maggiore democrazia e che intanto è tentato dal limitare i margini dei diritti e delle garanzie del nostro ordinamento? Il vero problema del decreto dignità, e in genere di tutto l’impianto concettuale dei 5 Stelle dalle grandi opere alla grande economia, è culturale, come ha capito il mondo produttivo. Tutto, nello smontare a prescindere pezzo su pezzo quel che è stato fatto nella precedente legislatura, risponde alla logica della rivalsa antindustriale. Non si include, si punisce, non si fa concertazione con chi produce il valore economico, si estremizza il nuovo conflitto e cioè la lotta per classi generazionali. È su questo terreno che il sindacato gioca la propria credibilità di forza collettiva responsabile. Nei suoi tempi migliori ha saputo superare i propri errori, innovare ed essere parte del riformismo modernizzatore: per questo è necessario attendersi parole coerenti con la propria storia.

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