Il «Texas d’Italia» fa tremare il M5S
Il neopresidente della Basilicata, Vito Bardi (centrodestra)

Il «Texas d’Italia»
fa tremare il M5S

Oggi, lunedì 25 marzo, sapremo ufficialmente come è andata la tornata elettorale in Basilicata. Una piccola regione del Sud che si è guadagnata, non si sa quanto volentieri, l’appellativo di «Texas d’Italia» per via del petrolio che vi è stato scoperto, rischia di essere la classica goccia che fa debordare il vaso. E stiamo parlando del Movimento Cinque Stelle naturalmente, il cui risultato in queste elezioni regionali sarà sotto gli occhi di tutti.

Perché? Per la ragione che, dopo Abruzzo e Sardegna, la Basilicata potrebbe segnare il terzo pesante insuccesso di Luigi Di Maio e compagni. All’Aquila e a Cagliari i grillini hanno dimezzato i voti passando dal quaranta al venti per cento.

Se succedesse per la terza volta non si potrà più dire: «È un fatto locale», perché diventerà la dimostrazione concreta di quanto ci dicono le rilevazioni demoscopiche e cioè che è in corso una clamorosa frana elettorale del partito che solo un anno fa ha conquistato il primo posto, portando a Roma centinaia di deputati e senatori: a giudicare da quel che stiamo vedendo, se si rivotasse oggi per le Politiche la gran parte di loro direbbe addio allo scranno e allo stipendio molto provvisoriamente conquistati.

Aspettiamo dunque cosa ci diranno gli elettori di Potenza e Matera. Non è detto, ma è possibile, che essi abbiano buttato un occhio a ciò che sta succedendo a Roma, nel regno capitolino di Virginia Raggi che sta sprofondando sotto il peso delle inchieste giudiziarie e del fallimento amministrativo: solo due anni fa il M5S era visto come l’unica possibilità di salvezza dopo i sindaci-disastro Alemanno (An) e Marino (Pd) e dopo l’esplosione dell’inchiesta su «Mafia Capitale». Oggi di quelle speranze non resta altro che la rabbia di chi deve prendere una metropolitana le cui principali stazioni del centro storico più famoso del mondo sono tutte chiuse perché da mesi nessuno pensa a ripararle.

Dopo la Basilicata non resterà che aspettare le regionali in Piemonte (la Regione dove i 5S si battono da soli contro tutti per fermare la Tav) e soprattutto le Europee di fine maggio. I sondaggi davano per vincitore il candidato del centrodestra, un generale in congedo della Guardia di Finanza di estrazione berlusconiana. Se accadesse, come ormai sembra probabile, sarebbe la terza regione conquistata dalla coalizione di cui Salvini è, e si sente, il leader incontrastato. Anche questo voto potrebbe dunque rafforzare la sua determinazione ad andare avanti per la sua strada e chi vuole si accordi e lo segua, una prospettiva che naturalmente non piace né a Forza Italia e nemmeno a Fratelli d’Italia.

Stando a quel che sappiamo il Pd dovrebbe a sua volta perdere la terza regione in due mesi. La Basilicata era da sempre un feudo elettorale del centrosinistra ma di recente le vicissitudini giudiziarie del governatore Pittella (finito agli arresti domiciliari) hanno inferto un brutto colpo ad un partito già in crisi politica. E tuttavia se il centrosinistra nel suo insieme, pur perdendo la guida della Regione, dovesse dare segni di vita e di ripresa elettorale (come in Abruzzo e in Sardegna) riemergendo dal baratro in cui è precipitato il 4 marzo 2018, sarebbe considerata come un buon auspicio per il futuro.

Zingaretti punta a riconquistare, come partito e come coalizione, il secondo posto tra i partiti italiani e riproporsi come il vero avversario del centrodestra leghista. Lo aiutano tanto la crisi grillina quanto la paura di Salvini che pervade gli elettori di sinistra rifugiatisi nell’astensione o nel M5S.

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