Il viaggio esprime
fame d’identità

«A che cosa serve viaggiare? Tutti i tramonti sono tramonti e non serve a nulla andare a vederli a Costantinopoli». Così, provocatoriamente, Ferdinando Pessoa. E aggiunge che tutto quello che si è visto, tutti gli spettacoli goduti da una parte all’altra del mondo, «tutto, al primo movimento, si cancella». E che cosa resta? Resto io. A quel punto «che cosa potrebbe darmi la Cina che il mio animo non mi abbia già dato? E se il mio animo non me lo ha dato come potrebbe darmelo la Cina?». Un po’ snob la posizione di Pessoa?

Forse. Ma il problema posto dallo scrittore portoghese è interessante. Facile ricordare che tutti i grandi fenomeni umani non si riducono mai soltanto a ciò che si vede. Portano con sé, sempre, delle insospettate eccedenze.

Ma allora non è oziosa la domanda proprio mentre stiamo soffrendo interminabili attese per un volo aereo che dura un’ora o mentre siamo in coda nelle nostre scatole metalliche, quelle che si chiamano in linguaggio corrente «automobili», lungo le nostre autostrade. Dunque, la domanda ovvia è: perché si viaggia? E perché si viaggia così frequentemente e così a lungo oggi?

La provocazione di Pessoa diventa preziosa. Il viaggiare potrebbe avere a che fare con la nostra identità. Il mondo occidentale, in effetti, fatica a fornirci identità sicure. Siamo tutti convinti che la cosa più importante non è proclamare una identità ma la libertà di avere l’identità che vogliamo. È la libertà il nostro grande mito, sia personale che collettivo. Ma, allora, quando io pongo quella domandina semplice semplice, quando mi chiedo, banalmente: chi sono io?, sono costretto ad affidarmi alla mia personale iniziativa. La questione più importante dell’animale uomo è affidata al più banale artigianato locale. Forse allora si può capire anche la straordinaria «voglia di viaggiare» che ci prende tutti, che ci ha preso tutti anche nell’estate che sta per finire. Forse, cioè, non è fuori posto ipotizzare che abbiamo la mania di viaggiare soltanto perché abbiamo smarrito la nostra identità. Sentiamo il disagio di una identità che non riusciamo a trovare e corriamo alla ricerca di una identità di ricambio. Ma non la troviamo perché il tramonto che vediamo in Patagonia è un tramonto come quello che vediamo da Porta San Giacomo. E allora continuiamo a viaggiare, instancabilmente. La bulimia del viaggio è il segno migliore che siamo affamati.

Succede a noi quello che succede al don Giovanni. Il don Giovanni non è una figura allegra e tanto meno comica. È una figura tragica. Tutti ricordiamo la famosa aria di Leporello che, nella versione mozartiana del mito, libretto di Da Ponte, vanta le conquiste amorose del suo padrone: «In Ispagna son già mille e tre…». Per non dire delle centinaia di conquiste in tutti i Paesi del Mediterraneo e altrove.

Le innumerevoli conquiste amorose di don Giovanni non dimostrano la sua capacità amatoria, ma la sua fame, di cui la capacità amatoria è una conseguenza. Il vero dramma di don Giovanni è la sua fame, che resta anche dopo le migliaia di conquiste già fatte. Anzi, le molte conquiste del passato sono la spiegazione sicura della conquista presente e la certezza delle inevitabili conquiste future. Ma, come è sicuro che le conquiste continueranno così è sicuro che la fame resterà. Per questo la figura di don Giovanni è tragica.

Forse è un po’ enfatico dire che il viaggiatore moderno, così spesso svagato, è lui pure una figura tragica che segnala una profonda esigenza che, in fondo, è l’esigenza stessa di essere uomo.

Dopo aver viaggiato in lungo e in largo bisogna alla fine trovare la forza di tornare a noi stessi. L’affidarsi al «di fuori» non risolve i problemi del «dentro». A questo proposito ancora Ferdinando Pessoa dice: «Siamo tutti miopi, salvo verso il dentro. Solo il sogno può vedere con lo sguardo».

In effetti, a ben pensarci, il paesaggio più interessante, la città più ricca, il tramonto più colorato siamo noi.

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