L’ umiltà di Bergoglio
che spezza le catene

«Dove sono quelli che forse mi aiuteranno di più ad essere umile, ad essere servitore come deve essere un vescovo?». Era il 28 marzo 2013. Jorge Maria Bergoglio era Papa da appena cinque giorni. Era il Giovedì Santo, e per la prima sua uscita pubblica aveva scelto a sorpresa di fare il rito della Lavanda dei piedi in un carcere minorile, quello di Casal del Marmo a Roma.

Nel discorso volle spiegare le ragioni della sua scelta, e lo fece proprio rendendo pubblica quella domanda che si era posto: «Dove sono quelli che forse mi aiuteranno di più ad essere umile?». La risposta era proprio quel luogo inatteso, che il Papa visitava non solo per un atto di solidarietà umana ma come gesto di umiltà.

Visitare i carcerati lo riteneva innanzitutto utile e necessario a se stesso. Quello tra Papa Bergoglio e i carcerati è davvero un feeling particolare, che spiega anche la scelta di dedicare una domenica dell’ anno giubilare proprio ai detenuti, nel contesto solenne della basilica di San Pietro, dove ieri ha lanciato tre appelli alle autorità civili: per «un atto di clemenza verso quei carcerati che si riterranno idonei a beneficiare di tale provvedimento», ma anche «in favore del miglioramento delle condizioni di vita nelle carceri» e per «una giustizia penale che non si esclusivamente punitiva» ma aperta «alla prospettiva di reinserire il reo nella società».

Quello del Pontefice con i detenuti è un feeling che non può essere rinchiuso negli schemi consueti dell’ attenzione verso chiunque viva storie difficili e abbia bisogno di un aiuto e di un incoraggiamento.

La prospettiva di Francesco è diversa come ebbe modo di chiarire incontrando in udienza i cappellani delle carceri italiane il 23 ottobre 2013. Lo fece con il suo stile, molto diretto, senza lasciar spazio ad interpretazioni. Innanzitutto raccomandò di ricordarsi che «il Signore è dentro in cella con loro; anche lui è un carcerato, ancora oggi, carcerato dei nostri egoismi, dei nostri sistemi, di tante ingiustizie, perché è facile punire i più deboli, ma i pesci grossi nuotano liberamente nelle acque». Non c’ è nessuna forzatura in queste parole di Bergoglio, che sono un richiamo letterale al Vangelo di Matteo «ero carcerato e siete venuti a trovarmi». Sempre in quella circostanza il Papa ricordò poi i suoi precedenti da arcivescovo di Buenos Aires, quando abitualmente andava trovare i carcerati. E ogni volta che era al loro cospetto si misurava con un’ altra domanda, davvero spiazzante: «Perché lui è lì e non io che ho tanti e più motivi per stare lì?

Pensare a questo mi fa bene: poiché le debolezze che abbiamo sono le stesse, perché lui è caduto e non sono caduto io? Per me questo è un mistero che mi fa pregare e mi fa avvicinare ai carcerati». Come a ricordare che nessuno è garantito dal non cadere nel peccato e nella colpa. Ed è per questo che in ogni viaggio fuori da Roma, in Italia o nel mondo il Papa inserisce sempre nel programma una visita nel carcere del posto.

E anche in piazza, in occasione delle udienze, se ci sono delegazioni di carcerati, hanno sempre posizioni di privilegio (com’ è accaduto ad esempio in occasione dell’ incontro con Comunione e liberazione per i dieci anni dalla morte di don Giussani: alla fine il Papa si intrattenne a lungo con 18 prigionieri arrivati da Padova).

In occasione di uno dei suoi viaggi in America Latina aveva voluto visitare il penitenziario di Santa Cruz de la Sierra in Bolivia, uno dei più violenti del continente. In quell’ occasione ha ricordato che in condizioni di simile durezza si erano trovati Pietro e Paolo, incarcerati pure loro, che sono stati salvati dall’ oscurità grazie alla preghiera.

«Perché quando Gesù entra nella vita», disse, «uno non resta imprigionato nel suo passato, ma inizia a guardare il presente in un altro modo, con un’ altra speranza». E uno stesso auspicio aveva fatto ai ragazzi di Casal del Marmo in quei primi giorni di pontificato: «Non fatevi rubare la speranza», ripeté allora più volte.

Sono tutte premesse che spiegano alcune decisioni davvero speciali connesse con il Giubileo della Misericordia. Nella bolla in cui indiceva l’ Anno Santo il Papa stabiliva che la porta di ogni cella potesse essere Porta Santa se veniva varcata «rivolgendo il pensiero e la preghiera al Padre» (potenzialmente circa 12 mila celle e quindi altrettante Porte Sante). Infine per la celebrazione in San Pietro ha voluto venisse portata una statua della Madonna della Mercede con il Bambino. Il Bambino tiene tra le mani una catena spezzata. Il messaggio di questa immagine semplice e commovente, è nei versetti di Isaia che Gesù aveva letto nella sinagoga di Nazaret: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’ unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione».

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