Le proteste in Francia tra esclusi e nuovi ricchi

Le proteste in Francia
tra esclusi e nuovi ricchi

Non c’è stata presidenza in Francia negli ultimi decenni che non abbia visto cittadini scendere in piazza e protestare. Non come il declamato codice dei salotti parigini vorrebbe, ma a suon di rivolte selvagge e violente. Anche questa volta il richiamo della Bastiglia ha segnato la ribellione dei «giubbetti gialli»: più di cinquemila per le strade di Parigi, scontri con la polizia, blocchi stradali, fuoco e fiamme. L’aumento del prezzo della benzina ha scatenato l’ira degli automobilisti. Il ministro degli Interni francese accusa il movimento nazionalista di Marine Le Pen di fomentare i disordini. Certo il Front National ne trae vantaggio ma il risentimento parte dal basso ed è iniziato in modo assolutamente spontaneo.

Il nemico è sempre là: in veste repubblicana oggi Emmanuel Macron impersona il potere assoluto. Non solo quello politico ma quello globale. I cittadini se la prendono con il governo ma soprattutto con quella élite urbana delle grandi città che lascia cadere sui «non globalizzati» l’anatema della marginalità. La domanda che si pone il tartassato è: perché devo pagare io per il riscaldamento climatico? Perché non lo fanno lor signori, visto che sono così tanto emancipati. La questione è semplice: occorre ridurre l’uso dei diesel e l’aumento del prezzo dovrebbe disincentivarne il consumo.

La Francia metropolitana con 543 mila Kmq è quasi il doppio dell’Italia e spesso il posto di lavoro è lontano dall’abitazione. L’utilizzo dell’automobile è decisamente più frequente e il costo del carburante pesa sul bilancio familiare. Nelle grandi città è tutto diverso perché i mezzi pubblici servono in modo capillare le richieste di spostamento. Nelle grandi aree urbanizzate l’Ile de Paris, Lione, Tolosa hanno produzioni ad alto contenuto tecnologico e diffusione con occupazione e salari più alti. Sono i beneficiati della globalizzazione, quelli che nel processo di selezione del lavoro si avviano alle nuove qualificazioni professionali e quindi tengono testa alla concorrenza internazionale. Sono la nuova classe dirigente che sempre più si distingue dalla massa del ceto medio e lascia intendere che il successo è loro, mentre gli altri sono fuori dal giro. La disoccupazione, un lavoro non adeguatamente retribuito, la precarietà diventano quindi una colpa. Non gliel’ho fatta perché non ero all’altezza, non ho capito il cambiamento e sono rimasto un provinciale.

Nella lotta alla sopravvivenza seguita all’apertura dei mercati alla Cina e all’introduzione di internet le classi dirigenti politiche in Europa non hanno capito il cambiamento sociale. Si sono preoccupate di inseguire la rivoluzione epocale e dimenticati delle vittime che questa lasciava sul campo.

Convinti che il progresso sia dalla loro parte spalmano i costi delle politiche eticamente corrette, quali indubbiamente sono la lotta al mutamento climatico, all’inquinamento o della protezione della privacy dall’invadenza delle multinazionali o su una popolazione che non è postmoderna , ma invece drammaticamente attuale nella sua lotta alla perdita di status sociale e allo strisciante impoverimento. Intervistati i manifestanti dichiarano di non farcela più a sostenere le imposte, le accise e i costi che la quotidianità assegna.

Così alla fine esasperati hanno trovato il loro nemico preferito nella figura dell’uomo di mondo, elitario, interclassista a parole che fa propaganda per la società aperta salvo poi chiuderla a chi non la pensa come lui. È lo spettro che si aggira in Europa. Se non fossimo così caotici e disperatamente imprevidenti avremmo già fatto scuola. È in Italia infatti che per la prima volta il popolo degli insoddisfatti è andato al governo.


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