Ora il debito di Stato diventa un macigno

Ora il debito di Stato
diventa un macigno

A Parigi e Berlino si è riunito il comitato franco-tedesco promosso dai due governi per valutare i prossimi passi nella riforma delle istituzioni comunitarie e nello specifico nell’Eurozona. La proposta è di eliminare il 3% come soglia di deficit e di fatto finanziare l’aumento del debito a proprio rischio con emissione di titoli di Stato subordinati. In caso di default ne risponderebbe lo Stato in questione. Come dire sganciamo il debito di un singolo Paese dal resto del gruppo europeo. Se insisterà nella politica della spesa e non del risparmio lo farà a suo rischio e pericolo senza contraccolpi per l’Eurozona.

Una condizione che pesa su un Paese che ha un forte debito pubblico. A Roma forse è il caso che qualcuno si ponga il problema. Ma questo è un tema che non porta voti e non trova riconoscimento. È forse questo che ha indotto ancora una volta ieri Pierre Moscovici, Commissario agli affari economici e finanziari a ribadire che con un deficit in aumento non si cresce. Il reddito italiano in sei anni dal 2008 al 2014 è calato del 10%. Nel resto del mondo è aumentato del 20% e questo spiega la flessione drastica di quello italiano. Se la Cina aumenta le sue esportazioni in molti settori spesso lo fa a spese delle piccole industrie italiane che non riescono a tenere il passo.

Morale: qui da noi la globalizzazione è un rospo che non si è ancora digerito. Anche gli altri hanno sofferto ma si sono presto adattati: in Europa nel periodo preso in esame i redditi sono cresciuti del 2% e in Usa dell’8%. Le medie non fanno giustizia perché sappiamo che la ricchezza non è equamente distribuita e a fronte di tanti neo ricchi vi sono anche interi strati sociali ridotti in povertà. Ma quelle economie hanno reagito. Ieri alla Luiss di Roma il premio Nobel per l’economia Phelps ha dato indicazioni preziose sulle economie in Occidente: tutte perdono in competitività e da decenni. Una differenza però distingue il nostro Paese dagli altri: qui la produttività perduta non è un tema all’ordine del giorno. Si parla di abbassamento delle imposte, di ritornare alle pensioni del bel tempo che fu, di un sussidio di cittadinanza alle famiglie dai 1.600 euro in su. Oserebbe mai qualcuno fare promesse così mirabolanti se vi fosse la percezione nell’opinione pubblica che l’Italia ha il terzo debito mondiale al mondo? Per decenni l’Italia ha vissuto con la triade inflazione-debito-svalutazione. Con l’entrata nell’Eurozona l’inflazione si è ridotta a cifre insignificanti, la svalutazione non è più possibile, rimane il debito.

Ma è rimasto il riflesso condizionato di allargare i cordoni della borsa. Da qui le battaglie del governo italiano per ottenere flessibilità al fine di poter aver più margine di spesa. Andare a debito con la benedizione di Bruxelles è l’ambizione. Come ebbe a dire Mario Draghi vi è un’austerità buona e un’austerità cattiva. Quella cattiva non taglia le spese correnti e invece risparmia e decurta gli investimenti in capitale. Guardiamo alle finanziarie italiane e vediamo che nel segno della razionalizzazione si andava a tagliare là proprio dove vi era da investire di più: la scuola e la ricerca. Ma vi è anche un’austerità buona che fa risparmiare sulle spese della macchina burocratica, sui disservizi e quindi riesce a dar slancio a quegli investimenti che daranno poi nel tempo posti di lavoro: per esempio la digitalizzazione. Chi non ricorda i 23 mila forestali della Sicilia? Un terzo del Paese devastato dalla mafia del territorio e quindi dalla corruzione? Questa è l’Italia che fa paura in Europa e rende la modernizzazione una battaglia indispensabile per il futuro del Paese

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